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La crisi e il Sulcis. Il caso Eurallumina

19 Gennaio 2026
eurallumina


La Vigilia di Natale, Il Sole 24 ore, giornale di Confindustria, concede spazio ad un articolo sulle quattro aziende sarde finite sui “tavoli di crisi” attivi presso il MIMIT (Ministero delle Imprese e del Made in Italy): Eurallumina, Sideralloys Italia (ex Alcoa), Portovesme e Sanac. Il motivo apparente sembra una reale preoccupazione per le sorti dei lavoratori. Tra le righe però, per chi legge la realtà attraverso la lente dello scontro tra classi, sa perfettamente che il problema riguarda la tenuta degli stabilimenti per i futuri investitori e tutto l’indotto in termini di profitto.
Nonostante la manovra 2026 agevoli notevolmente le imprese, rimane da stabilire con precisione la partita dei costi dell’energia per il nuovo anno, puntando ad aiuti statali, taglio degli oneri e gas release. Insomma, va chiarito come verranno gestiti i fondi riprogrammati del PNRR in relazione al nuovo Piano di Transizione 5.0 e quali imprese potranno accedervi in base ai nuovi tetti dei crediti d’imposta e dei superammortamenti.

Il caso di Eurallumina e dell’intero polo industriale del Sulcis Iglesiente dipende dalla risoluzione di questi problemi fondamentali: approvvigionamento energetico alternativo al carbone, ammodernamento delle infrastrutture e continuità produttiva. Si tratta di vertenze ormai da definire “storiche”: Eurallumina da ben sedici anni vede i suoi dipendenti in cassa integrazione con l’impiego dei pochi che servono alla manutenzione degli impianti. Non si sa di preciso le oscillazioni in termini numerici, ma nel 2015 si parlava di 357 addetti diretti più circa 100 addetti nell’indotto, mentre oggi si registrano 114 lavoratori.

Dopo aver sventato il rischio di liquidazione al 31 dicembre, in legge di bilancio è stata stanziata la copertura finanziaria necessaria a garantire la continuità aziendale: 9,6 milioni di euro comprese le attività di bonifica per i primi sei mesi del 2026. I ministri Urso e Calderone parlano di “grande risultato” e la presidente della Regione Sardegna Todde ha espresso grande soddisfazione.

Questo risultato, sottolineiamo noi, è stato ottenuto con una dura lotta operaia. Durante l’ultima protesta, quattro operai sono rimasti a 40 metri d'altezza sul silo numero 3 dello stabilimento per dodici giorni; a questa sono seguite la manifestazione a Roma il 20 dicembre davanti al MIMIT e lo sciopero generale del 12 dicembre contro la legge di bilancio.
I sindacati coinvolti, CGIL, CISL e UIL con i comparti di settore, dichiarano però che è necessario scongelare gli asset russi per riprendere gli impegni di Rusal, poiché le sanzioni bloccano al contempo sia l’approvvigionamento di gas sia gli investimenti promessi.


APPROVIGIONAMENTO ENERGETICO E DISASTRO AMBIENTALE SULLA PELLE DEI PROLETARI

La produzione di alluminio primario pone due grandi problemi: il grande consumo energetico e la compatibilità ambientale, poiché la lavorazione dell’allumina, estratta dalla bauxite, prevede un processo altamente inquinante.

Il primo aspetto ha visto un susseguirsi di progetti, investimenti e iter burocratici lunghi e difficili da ricostruire. Basti ricordare il fallimentare progetto della centrale termica cogenerativa inizialmente alimentata a carbone (modificato successivamente), per convogliare energia termica ed elettrica agli impianti dello stabilimento: 74 milioni di euro di fondi pubblici (su 100 complessivi), grazie ad un contratto sottoscritto con Invitalia. La centrale era gestita da Eural Energy, che nel luglio 2020 si fonde con Eurallumina mediante incorporazione; tra le due società vigeva prima un contratto di “take or pay”, assicurando ad Eural Energy incassi sicuri.
Dopo anni di ipotesi e progetti si decide la conversione dell’approvvigionamento a GNL (gas naturale liquefatto), definitivamente cristallizzata nel recente DPCM Energia per la Sardegna, siglato il 10 settembre 2025. Il GNL, il cui trasporto via mare implica inquinamento e impiego di altri combustibili necessari per il trasporto, giunge all’isola e viene rigassificato; resteranno attive le unità di stoccaggio e rigassificazione a Porto Torres e Oristano e la rete di metanodotti detta “mini dorsale” che collega Oristano alla zona del Sulcis; mentre dovrebbe sparire la nave rigassificatrice di Portovesme (SU).

Il secondo aspetto relativo all’inquinamento e salute pubblica è più delicato, poiché pone sfide che implicano anche il ripensamento di ciò che si produce e come lo si produce. Il territorio del Sulcis-Iglesiente-Guspinese è afflitto da una grave crisi ambientale e sanitaria, e rientra ancora oggi tra i siti di interesse nazionale (SIN) a cui indirizzare azioni di bonifica del suolo, del sottosuolo, delle acque superficiali e sotterranee.
L’impatto sull’ambiente è stato ampiamente documentato. Gli studi di ISPRA resi pubblici nel 2016 hanno dimostrato le conseguenze devastanti dello scarto di fabbrica, il “bacino dei fanghi rossi”, che ha compromesso suolo e falde idriche e di conseguenza la catena alimentare. Molti prodotti, contenenti metalli pesanti, hanno avuto risvolti negativi sulla salute, causando diverse malattie invalidanti, specie nei bambini. Per i lavoratori, l’esposizione diretta alla lavorazione di fabbrica aumenta il rischio di tumori al pancreas e di malattie dell’apparato urinario.

Nel 2009 il bacino dei fanghi rossi fu sottoposto a sequestro, e fu avviato un processo per disastro ambientale e traffico illecito di rifiuti, a carico dei dirigenti di Eurallumina; assolti nel 2023 poiché “il fatto non sussiste”. Insomma, a pagare caro e persino con la propria salute sono sempre i lavoratori e le loro famiglie. Solo poche voci isolate hanno preso in considerazione la possibilità di una conversione produttiva con il passaggio all’alluminio secondario (riciclato), come il Gruppo d’Intervento Giuridico onlus: la conversione sarebbe una scelta opportuna poiché ci sarebbe un risparmio energetico fino al 95% in meno e una drastica riduzione delle emissioni di CO2. L’alluminio riciclato può inoltre essere impiegato in una pluralità di settori: automobilistico, edilizio, sportivo etc…, può essere riciclato più volte senza perdere le proprietà.


L’IMPERIALISMO ITALIANO E GLI AFFARI DEL GNL

Il GNL è un affare che coinvolge tutta la penisola italiana, non solo la Sardegna. Ci sono altri terminal di rigassificazione attivi, come Ravenna e Piombino, ed è inoltre previsto lo sviluppo della Linea Adriatica: 425 km di gasdotti da nord a sud che rientra nel progetto RePowerEU, interessata da miliardi di investimenti PNRR.

Per il nostro imperialismo è un affare: le importazioni di gas, in primis dagli USA, implementa gli affari di Snam ed ENI. De Scalzi è stato chiaro: «ENI, che era il primo importatore di gas russo, dopo averci dovuto rinunciare e averlo sostituito firmando accordi di lungo termine in altri Paesi, non ha interesse a tornare indietro. Abbiamo sostenuto investimenti importanti per mettere in sicurezza l’Italia e l’Europa, e non possiamo pensare di accollarci ulteriori spese per riprenderlo» (Milano Finanza, 27 febbraio 2025).
Il futuro DL Energia dovrebbe contenere, tra le varie misure, anche la vendita anticipata presso i siti di stoccaggio dei volumi di gas da parte di GSE e Snam. I proventi di questa operazione saranno destinati a ridurre le tariffe di trasporto e distribuzione per i clienti industriali. Quello che Confindustria chiede dal 2022.

La questione è chiara: da un lato si punta a rafforzare il peso economico e politico dell’Italia in Europa, dall’altro si continua a mantenere i rapporti commerciali con gli USA, dai quali l’Italia importa il maggior volume del gas liquefatto. Un mercato, quello americano, che per l’Italia rappresenta investimenti in molti settori e uno sbocco commerciale che genera oltre il 50% del surplus netto dell'Italia nel mondo.


LA QUESTIONE DEL GAS SULLO SFONDO DELL’INVASIONE RUSSA IN UCRAINA

La società Eurallumina è attualmente controllata da UC Rusal tramite la cipriota Libertatem Materials LTD di Oleg Deripaska, proprietario al 100% delle azioni.
Dopo il congelamento degli asset nel maggio 2023, Rusal non ha smesso comunque di macinare profitti, anzi ha potenziato la propria presenza in Guinea, dove esistono ricchi giacimenti di bauxite, e ha rivolto i propri investimenti ad altri mercati come l’Etiopia, con la quale ha siglato a novembre il Memorandum of Understanding. Per finire, ricomincerà a beneficiare dei dividendi di Nornickel e ha di recente stipulato un accordo con KraMZ ltd per la vendita di 75.000 tonnellate di prodotti di alluminio per 220 milioni di dollari.
Quest’ultimo consentirà a Rusal di mantenere uno sbocco commerciale sicuro all’interno della catena del valore di EN+.
Ad ogni modo, dei quattro stabilimenti Rusal in Europa, tre lavorano regolarmente (con deroghe al congelamento dei beni da parte di Germania, Irlanda e Svezia) ad eccezione dell’Italia, dove ad occuparsi di Eurallumina è l’Agenzia del Demanio. L’unica cosa che non garantisce Rusal per il 2026 è la liquidità necessaria allo stabilimento, per coprire tutti i costi, dai salari e integrazione della CIG, alla gestione e rinnovamento degli impianti e i soldi per la bonifica. In totale un investimento da 400 milioni di euro.


UNA PROSPETTIVA ANTICAPITALISTA NECESSARIA

Le nostre posizioni sull’invasione russa in Ucraina sono note a tutti: difendiamo il diritto alla resistenza del popolo ucraino senza alcuna fiducia e alcun sostegno politico a Zelensky e alla NATO; abbiamo da subito criticato l’uso delle sanzioni verso la Russia poiché invece che causare danni alla borghesia russa e indebolire l’attacco di Putin, colpisce i proletari in termini di costi sociali. Ma non ci importa difendere i profitti di Rusal e di Deripaska, e nemmeno quelli dei nostri capitalisti.

Per evitare che il settore industriale del Sulcis collassi, e con esso i lavoratori e le rispettive famiglie, si rende necessario mettere i lavoratori al centro delle decisioni e lasciare cha siano i lavoratori organizzati a diventare i protagonisti della loro vertenza, senza cedimenti alle burocrazie sindacali spinte dal “pragmatismo” (sbloccare gli asset) e nemmeno al campismo nostrano, che vede Putin come un liberatore e l’imperialismo solo in Occidente.

Gli investimenti di Deripaska o un diverso investitore privato disposto a coprire le somme preventivate consentirebbero ai lavoratori di tornare in fabbrica, ma non cambierebbe di una virgola la situazione ambientale e sanitaria.
Il Sulcis è un territorio dove tutti speculano con fasulle promesse e agende infinite; tutti i soldi pubblici sprecati sino ad ora in folli progetti energetici, se correttamente usati, avrebbero già risolto una parte del problema.

È necessario dunque connettere le lotte del lavoro a quelle ambientali per assicurare contemporaneamente salario e salute.

• Blocco dei licenziamenti ad oltranza sino alla risoluzione della vertenza;
• Nazionalizzazione sotto controllo operaio: espropriare Rusal senza indennizzo. Dopo anni di incuria e progetti incompatibili da un punto di vista ambientale, la proprietà deve essere pubblica e la gestione deve essere operaia.
• Convergenza della lotta ambientalista con la lotta di fabbrica.
• Forte piano di investimenti pubblici: per la bonifica e la messa in sicurezza del territorio; per la conversione degli impianti e passaggio alla produzione dell’alluminio secondario.

Siamo consapevoli che nessun governo borghese consentirà l’attuazione di un simile programma, perché sono i comitati d’affari dei padroni. Solo un governo dei lavoratori può attuare queste decisioni e garantire salario e tutela di ambiente e salute.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione sindacale

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