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Nessun protettorato imperiale in Venezuela né in America Latina

15 Gennaio 2026
nicaragua


Il 3 gennaio 2026 gli Stati Uniti sono intervenuti militarmente il Venezuela, bombardando Caracas e gli stati di Miranda, Aragua e La Guaira, e sequestrando Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores. Si apre così in America Latina un nuovo e pericoloso capitolo con un progetto geopolitico che riprende le peggiori tradizioni dell'interventismo.

La nostra sezione gemella in Venezuela della Lega Internazionale Socialista, Marea Socialista, organizzazione dell'opposizione di sinistra al regime di Maduro e del PSUV, ha condannato queste aggressioni. “Si sta violando la sovranità nazionale e si mette a rischio il popolo venezuelano”; questa con questa iniziativa “non si può permettere che l'imperialismo aggredisca a suo piacimento altri paesi”. Proprio qui sta la necessità di fare un'analisi onesta che vada oltre la narrativa costruita dall'amministrazione Trump e oltre le posizioni campiste di alcuni settori della sinistra.
Non possiamo ignorare che il Venezuela, sotto il regime di Nicolás Maduro, è diventato uno dei governi più corrotti e violatori dei diritti umani della regione. Usurpando l'immagine del socialismo, il governo ha fatto sì che gli oppositori siano stati sistematicamente perseguitati, criminalizzati e assassinati. La burocrazia chavista si è consolidata come nuova borghesia mentre l'economia nazionale crollava, distruggendo le conquiste della classe lavoratrice. Queste sono realtà che hanno portato milioni di venezuelani all'esilio o a condizioni di estrema povertà.

Tuttavia, rispondere a un regime repressivo con l'invasione militare di una potenza straniera – specialmente di una potenza come gli Stati Uniti, con precedenti storici di saccheggio e dominio – non fa altro che riprodurre la stessa logica di violenza e subordinazione, ma trasferita su scala internazionale. È ciò che hanno denunciato molteplici voci, dai movimenti sociali alle organizzazioni per i diritti umani, sottolineando che quanto accaduto rappresenta una flagrante violazione del diritto internazionale, della sovranità venezuelana, e un precedente pericoloso per l'intero emisfero occidentale, in particolare per l'America Latina.

Ricordiamo che ogni volta che un intervento esterno ha cercato di imporre un “cambiamento” politico, i risultati sono stati devastanti per i popoli: dall'Iraq alla Libia, le promesse di democrazia e benessere si sono ridotte a caos, divisione e sfruttamento delle risorse.
Questi precedenti non sono dettagli minori, ma chiari avvertimenti che i diritti democratici e sociali non possono essere concessi dall'esterno né garantiti da potenze che perseguono interessi economici e strategici contrari al benessere dei nostri popoli. La vera trasformazione democratica, sociale, economica e politica deve venire dall'organizzazione dei lavoratori e dei popoli, dalla capacità dei popoli di articolare le loro richieste, esercitare la loro sovranità e costruire un percorso che rifletta le loro aspirazioni democratiche, di giustizia e di diritti fondamentali.


UN ESEMPIO CALZANTE: IL NICARAGUA

In Nicaragua, la nostra memoria storica è segnata da molteplici interventi statunitensi, spesso mascherati da “ordine” o “sicurezza”, ma che di fatto hanno facilitato il consolidamento di élite asservite a interessi stranieri e indebolito le basi stesse della democrazia per il nostro popolo. Già all'inizio del XX secolo, le truppe degli Stati Uniti invasero e occuparono il Nicaragua (1912-1933), spinte da interessi geostrategici ed economici – come il controllo delle possibili rotte di transito interoceanico – e con l'obiettivo esplicito di sostenere governi docili nei confronti di Washington.

Come conseguenza di quel decennio e mezzo di occupazione, fu addestrata e rafforzata la Guardia Nazionale nicaraguense, guidata da Anastasio Somoza García, che dal 1937 instaurò una dittatura che sarebbe durata più di quarant'anni, avvantaggiando la sua famiglia e gli oligopoli nazionali e internazionali mentre reprimeva sistematicamente i dissidenti. Questa alleanza tra le élite locali e il potere egemonico degli Stati Uniti ha minato ogni possibilità di un autentico sviluppo democratico e ha lasciato una società profondamente diseguale.

Un esempio paradigmatico di come gli Stati Uniti abbiano sostenuto le borghesie autoritarie nella nostra regione viene dalla storia della dinastia Somoza in Nicaragua. Esiste una frase, ampiamente diffusa, anche se forse apocrifa, che riassume la logica di questa politica: “Es un hijo de perra, pero es nuestro hijo de perra” (“È un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana”), che storicamente è stata attribuita al presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt in riferimento al dittatore nicaraguense Anastasio Somoza García. La frase significava che, sebbene il regime di Somoza perpetrasse abusi e corruzione, Washington lo preferiva come alleato perché serviva i suoi interessi strategici nella regione.

Poche ore dopo il bombardamento del Venezuela, alla Casa Bianca Donald Trump è stato brutalmente trasparente: "Guideremo il Paese fino al momento in cui potremo effettuare una transizione sicura, adeguata e giudiziosa. Non vogliamo essere coinvolti, avere qualcun altro lì e cadere nella stessa situazione che abbiamo avuto nel lungo periodo degli anni precedenti". Due giorni dopo, al Palazzo di Miraflores, Delcy Rodríguez si è insediata come presidente ad interim del Venezuela e suo fratello Jorge come presidente dell'Assemblea Nazionale.

Come nel caso di Somoza, dove Washington ha preferito mantenere il fantoccio e non certo sostenere i processi di emancipazione popolare, l'interesse degli Stati Uniti in Venezuela ruota attorno all'accesso alle risorse strategiche, in particolare il petrolio, altre risorse energetiche e terre rare, piuttosto che alla difesa dei diritti umani o democratici. Questo ci rivela come questa politica imperiale tenda a strumentalizzare le divisioni interne e le alleanze con settori delle élite sfruttatrici solo per promuovere i propri obiettivi geopolitici ed economici.


NÉ INGERENZE NÉ REGIMI TOTALITARI O BUROCRAZIE

Questo modello storico – preferire l'“alleato gestibile” ai processi democratici e popolari reali – chiarisce che l'intervento esterno non solo priva i popoli della loro sovranità, ma spesso produce accordi tra élite che perpetuano modelli di subordinazione e sfruttamento nel quadro del sistema economico capitalista egemonico, con conseguenze devastanti per i cittadini comuni. Pertanto, di fronte all'assedio imperiale, la risposta deve essere una difesa ferma della sovranità popolare e dei processi interni di cambiamento, senza dipendere da imposizioni esterne.

Gli Ortega Murillo in Nicaragua e i fratelli Rodríguez in Venezuela sapranno rendersi utili all'impero, anche se la loro narrativa è di sinistra, ma nei fatti sono gli amministratori della devastazione del capitalismo e della tutela/intervento imperiale. Non dimentichiamo che le proteste in Nicaragua nell'aprile 2018, represse con proiettili, morte ed esilio, sono iniziate a causa delle riforme “suggerite” dal FMI (istituzione che elogia i dati macroeconomici di Ortega e nella quale sono gli Stati Uniti a mettere i soldi, e quindi a imporre le condizioni). Daniel Ortega e Rosario Murillo, al loro ritorno al potere, hanno saputo “accomodarsi” in alleanze con tutti i settori dello spettro politico, erodendo la credibilità della politica come strumento di trasformazione sociale ed esponendo i limiti della democrazia liberale capitalista.

Quando parliamo di interventi esterni – come la recente operazione militare e politica sul Venezuela – non possiamo separare questa logica dal saccheggio e dalla subordinazione dei popoli della nostra regione. Nel corso della nostra storia, è stato dimostrato che l'imposizione con la forza da parte di qualsiasi potenza straniera rafforza la disuguaglianza, perpetua le reti delle élite borghesi e distrugge l'autonomia dei popoli nella costruzione di propri progetti politici e sociali. Per questo motivo non possiamo permettere che la propaganda interventista guadagni terreno in un clima di incertezza. Di fronte allo specchio del Venezuela, è necessario costruire proposte di transizione per il Nicaragua, Cuba e l'intera regione; proposte che devono nascere dalla più ampia discussione tra le organizzazioni di base dei lavoratori, dei giovani, del movimento femminista e dissidente, dei contadini e degli studenti, in maniera autodeterminata rispetto alle maggioranze e senza dipendere da posizioni imperiali.


UN'ALTRA PROSPETTIVA POSSIBILE E NECESSARIA

Per questo motivo, la nostra risposta a quanto sta accadendo in Venezuela non può limitarsi a una semplice divisione tra “nemico interno” e “amico esterno”. Dobbiamo assumere una posizione critica e consapevole: rifiutare l'intervento imperialista senza rinunciare alla critica dell'autoritarismo; difendere la sovranità senza sacrificare la lotta per i pieni diritti democratici; sostenere il popolo venezuelano nella sua lotta, ma senza accettare il neocolonialismo e una sorta di protettorato trumpista.

Il dibattito sul Venezuela e l'attuale situazione del popolo fratello venezuelano proietta tutte le sue conseguenze sulla realtà del nostro amato Nicaragua. Coloro che abitano nel Paese - lo sappiamo – e coloro che sono dovuti andarsene o sono stati cacciati dalla dittatura hanno l'obbligo, la responsabilità e l'opportunità di discutere nuovamente la nostra soluzione. Dal 3 gennaio tutti i collettivi e le organizzazioni in esilio discutono e prendono posizione su ciò che sta accadendo nella regione. C'è un settore importante di organizzazioni che ha sostenuto l'intervento di Trump in Venezuela e praticamente chiede lo stesso per il nostro Paese. Da parte nostra, ci opponiamo totalmente e completamente a qualsiasi ingerenza di potenze straniere nel corso del nostro destino. Condividiamo con tutti gli esiliati l'obiettivo di cacciare la nefasta dittatura dal Nicaragua, ma non vogliamo sostituire un regime come quello di Ortega-Murillo e della sua cerchia di privilegiati, repressori e burocrati con un vicereame trumpista. Abbiamo già avuto Somoza, abbiamo avuto gli anni '90 del neoliberismo e delle privatizzazioni, e ora questo incubo. Non è ora di pensare a una via d'uscita dal basso, del nostro popolo rivoluzionario, senza corporazioni imprenditoriali, senza burocrazia, repressione o saccheggio imperiale?
C'è vita dopo la dittatura e le sue alleanze con il capitalismo. Costruiamo un'altra prospettiva per il nostro popolo e discutiamo in modo pluralistico, tollerante e paziente le diverse posizioni che portiamo avanti in esilio. Siamo anticapitalisti, comunisti, contro ogni burocrazia, contro il partito unico e a favore della più ampia democrazia immaginabile dei lavoratori e del popolo. È qui che ci collochiamo.

Da questa prospettiva costruiamo Alternativa Anticapitalista in Nicaragua all'interno della Lega Internazionale Socialista, e crediamo nella capacità dei popoli di riorganizzarsi, di mettere in discussione le loro élite privilegiate, di spazzarle via dal potere e di costruire un percorso libero, proprio, con una strategia che superi i confini artificiali imposti ai nostri paesi. Non aspiriamo ad alcuna tutela imperiale né a protettorati. Lo sosteniamo difendendo il Venezuela e lo sosteniamo anche per il nostro Nicaragua e per tutta la regione.

Alternativa Anticapitalista (LIS) - Nicaragua

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