Dalle sezioni del PCL
L'attacco alla CGIL a Primavalle. Nel vuoto della lotta nascono i mostri
8 Gennaio 2026
La sezione di Roma del PCL esprime la massima solidarietà alla CGIL per il vile attacco a colpi di arma da fuoco contro la sede di Primavalle.
L'attacco non è stato finora rivendicato, ed è da escludere che lo sarà in futuro. La viltà del comportamento supera persino la viltà dell'atto stesso. Ad ogni modo, un attacco del genere non può che avere una matrice reazionaria, e non può quindi che incontrare la massima denuncia da parte della classe lavoratrice e di tutte sue organizzazioni, quale che sia la critica che rivolgiamo al sindacato di Maurizio Landini.
Non è una speculazione sottolineare il fatto che l'attacco sia avvenuto proprio proprio nel giorno della schifosa commemorazione di Acca Larentia, il solito indisturbato e indisturbabile raduno nazionale, con tanto di saluti romani, davanti alla ex sede del MSI, ora di proprietà della destra istituzionale e di governo. Quella stessa destra istituzionale che fino a un secondo prima di entrare nei palazzi del potere non ha mai mancato di omaggiare il sangue dei camerati, non essendo minimamente disturbata dalle forme reduciste e nostalgiche degli altri camerati compagni di strada.
La storia di Primavalle è la storia di un quartiere proletario e sottoproletario storicamente comunista, dove il PCI negli anni '60 e '70 riusciva ad arrivare al 90% del consenso popolare.
Primavalle è il quartiere di Giuseppe Tanas, emigrato dalla Sardegna, colpito il 4 dicembre 1947 durante un'ondata di scioperi dagli agenti che sparano indiscriminatamente sulla folla, come era norma in quegli anni, in cui gli apparati repressivi ancora pieni zeppi di personale e dirigenti fascisti (che mai sarebbero stati "epurati") facevano il loro gioco nella cosiddetta Italia democratica nata dalla Resistenza. Tanas, colpito alla testa, muore in ospedale il giorno stesso. La sua morte è classificata come “incidente”, e tanto basta per rubricare questa e decine di altre sollevazioni e mobilitazioni sociali di quello e dei successivi decenni a questioni di ordine pubblico, e a trattarle come tali, con i metodi che la scelbiana "Italia repubblicana e antifascista" seppe regolarmente darsi.
Primavalle è la storia delle lotte per le case e per i servizi, della questione edilizia e urbanistica e dei baraccati, dell'autorganizzazione e del fermento giovanile che si innestava sugli squilibri immani della crescita capitalista della metropoli e delle sue periferie, delle tante lotte proletarie che ne derivarono, come quella di Mario Salvi, ucciso barbaramente dalla polizia nel 1976.
Oggi il clima è cambiato radicalmente. Lo sdoganamento decennale dei fascisti da parte delle sinistre istituzionali, l’equiparazione dei morti dell’una e dell’altra parte, la teoria degli opposti estremismi elevata oggi a interpretazione inossidabile (da La Russa a Fratoianni), l’antifascismo da passerella e non più espressione delle lotte, di una coscienza di classe e di una collocazione politica conseguente, la fuga vigliacca e inevitabile degli eredi del PCI dai luoghi della sofferenza, hanno determinato col tempo i lunghi e profondi solchi di questa involuzione.
Ed è un'involuzione che riguarda, parallelamente, sia la base materiale sia il livello sociale e culturale, e politico, di un quartiere che era stato – nella sua somiglianza ad altri quartieri ma anche nella sua tipicità (che non era solo quella della periferia) – un laboratorio importante della politica di classe, in cui non a caso tutti i gruppi degli anni '70, da Potere Operaio a Lotta Continua, da Avanguardia Operaia a Stella Rossa, da Viva il Comunismo ai Comitati autonomi operai, erano riusciti a trovare un loro radicamento comunitario persino più profondo della pur capillare presenza militante organizzata di quella fase.
Sarebbe fin troppo ovvio affermare quanto oggi il quartiere sia irriconoscibile, come lo è il contesto generale, fin dalle basi. I giovani di nuovo in preda al malessere, alla droga, alla disoccupazione; un sottoproletario che cerca nella violenza del linguaggio e fisico l’uomo forte da proporre come modello (Vannacci e Trump diventano i miti); gli effetti di scollamento e rarefazione sociale sono il portato naturale della putrefazione reazionaria e dei suoi pericoli latenti.
Il carattere dell'attacco alla sede della CGIL è incorniciato in questo contesto, iscritto in questo codice. Non è la logica della periferia, è la logica del "fascismo democratico". Non è la conseguenza dei "toni esasperati", è la conseguenza di decenni di "toni esasperati" verso l'organizzazione sindacale in quanto tale, al di là della sigla, e contro i lavoratori salariati. Non sono "gli opposti estremismi", ma l'estremismo di un sistema sociale ed economico che sa solo generare i mostri che affollano il suo proscenio.
Chi avrebbe dovuto rappresentare l'alternativa a tutto ciò, l'alternativa a chi aveva già da generazioni disertato posizioni di classe, ha ugualmente ripiegato da ormai troppo tempo sulla retorica valori costituzionali e democratici da difendere, come se la difesa della democrazia fosse altra cosa dalla difesa dal fascismo, e come se il fascismo non avesse un contenuto di classe, come se fosse una violenza fine a se stessa, priva di contenuto politico e di interessi materiali.
Ma c'è da attendersi che chi non aprì gli occhi quando venne assaltata la sede nazionale della CGIL, con lo stato maggiore di Forza Nuova in prima fila, non aprirà gli occhi nemmeno oggi. Ne sono la prova provata dichiarazioni come quelle del sindaco Roberto Gualtieri, che ha messo sullo stesso piano un sindacato preso a revolverate con l'intimidazione a qualche militante di GIoventù Nazionale (la stessa organizzazione immacolata che inneggia al Duce nel chiuso delle sue sedi al riparo dai riflettori). Ecco la logica dei sonnambuli.
Non saranno i ripudi simbolici a difendere la CGIL, a difendere i lavoratori. E non sarà nemmeno – spiace dirlo – la semplice idea, espressa dal segretario della CGIL romana, per cui sia sufficiente continuare a essere presenti in un territorio, indipendentemente da ciò che quella presenza significhi, da ciò che il sindacato fa o non fa nella pratica, nel territorio e nazionalmente.
Come PCL torniamo a ripetere oggi, parola per parola, ciò che scrivemmo in occasione dell'assalto di Corso d'Italia cinque anni fa: la violenza reazionaria non è solo quella delle organizzazioni fasciste, che ha la sua specificità. È anche quella delle squadre di picchiatori assoldati dalle aziende contro i picchetti di lavoratrici e lavoratori in sciopero. Una violenza incoraggiata dalle leggi contro gli immigrati, dalla tolleranza degli abusi padronali, dalla copertura dello Stato. I decreti Salvini e la criminalizzazione delle forme di resistenza sociale (picchetti, blocchi stradali, etc.) ha moltiplicato i casi di repressione aziendale, poliziesca, giudiziaria contro le lotte operaie. Contro le organizzazioni fasciste e ogni forma di violenza reazionaria, le lavoratrici e i lavoratori hanno diritto a difendersi, a difendere le proprie Camere del lavoro, le proprie pratiche di lotta, i propri spazi, le proprie conquiste. Se i fascisti vogliono riproporre azioni squadriste da anni ’20, allora le lavoratrici e i lavoratori hanno diritto a rispondere.
Compito delle organizzazioni di classe e dei comunisti è la massima unità e attivazione sul terreno della lotta. Occorre ricostruire un terreno e un tessuto che non c’è più, e l'unica strada è quella.
Giù le mani dalle organizzazioni dei lavoratori. Per l'autodifesa dei lavoratori dalla violenza fascista e padronale. No all'antifascismo da passerella, sì all'antifascismo militante e di classe. Per una svolta unitaria e radicale della lotta sindacale.








