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Ceramica Dolomite: nazionalizzazione unica soluzione

5 Gennaio 2026
ceramicadolomite


L’8 e 9 gennaio si terrà il tavolo tra sindacati e Ceramica Dolomite S.p.A. per capire come portare a compimento un accordo che prevede la riduzione del personale dell’azienda. Si parla di 80 esuberi a “rilascio progressivo”, con incentivi all’esodo e con un piano di formazione per il ricollocamento dei lavoratori. Mentre si studia a tavolino chi lasciare a casa, come e quanto potrà essere offerto, i 330 lavoratori dello stabilimento accederanno per un anno alla cassa integrazione straordinaria. Inoltre, alla ripresa post-natalizia uno dei sette forni utilizzati non sarà riacceso.

Ceramica Dolomite, intanto, si siede sull’accordo siglato il 9 dicembre 2025 al tavolo convocato dalle parti con la presenza della Direzione Lavoro regionale e dell’Unità di crisi aziendali di Veneto Lavoro: un programma di riorganizzazione e rilancio che contempla 4,3 milioni di euro di investimenti, necessario per dare avvio alla cassa integrazione. Un concerto di attori che mostra gli intrecci tra economia e politica, anche su piccola scala in un territorio, come quello bellunese, il cui tessuto produttivo è composto da piccole e medie imprese: il presidente del Consiglio di amministrazione Gianluca Forcolin fu esponente della Lega ed ex vice di Zaia in regione, poi passato a Forza Italia; Favero Luciano si trova a coprire la carca di consigliere sia in Ceramica Dolomite sia nel C.I.P.A.- Confindustria di Belluno, in cui partecipa la società stessa. In sostanza, comitati d’affari della borghesia operano a tutti i livelli per mantenere le garanzie padronali.


I SINDACATI ACCETTANO MOMENTANEAMENTE L’ACCORDO. RIPRENDERE LA LOTTA È NECESSARIO

Risulta dagli ultimi bilanci (il 2025 non è ancora stato depositato), che si è verificato un aumento delle vendite e del volume della produzione. Perché tagliare sul personale che già è diminuito da 450 lavoratori a 330 dall’inizio dell’attività nel 2022?

Pur avendo l’azienda una situazione debitoria notevole. a cui si sommano le perdite portate a nuovo del 2023 e del 2024 (per un totale di circa 29 milioni), la società regge perché viene continuamente ricapitalizzata, anche con ricorso al fondo di INVITALIA.

Dalle dichiarazioni di Giampietro Marra, segretario generale FILCTEM-CGIL Belluno, non si coglie una prospettiva positiva persino dopo la recente nomina di Maurizio Castro come senior advisor dell’azienda, nome noto sia in campo aziendale sia in politica.

«Il piano è insufficiente e male articolato, privo di garanzie tecniche e produttive e prevede investimenti non chiari, misure drastiche e poche certezze». Questo il commento di Marra a fine novembre, intervistato da il Dolomiti.

Pare inoltre che l’azienda lasci ben pochi margini di trattativa imponendo una sorta di ricatto: o accettate gli esuberi o i soci (privati) non finanziano. Ripartire dunque dalla lotta, come per lo sciopero del 27 novembre che ha costretto la controparte a convocare un tavolo e di rimandare a gennaio la discussione sull’accordo.


PADRONI CHE VANNO, PADRONI CHE RESTANO

La stampa borghese commenta la crisi con il solito calo della domanda e uno sbagliato posizionamento dell’azienda in termini di marketing. La realtà però pare essere un po’ più complicata.

Lo stabilimento di Borgo Valbelluna fu ceduto il 30 maggio 2022 da Ideal Standard a Ceramica Dolomite, partecipata da una cordata di imprenditori ancora composta da Leonardo Del Vecchio (Delfin), Luigi Rossi Luciani (Luigi Rossi Luciani SAPA), ma non più dalla famiglia Zago (Pro-Gest), che ha aperto una fase di procedura negoziata a causa di una grave crisi finanziaria e debitoria, ed Enrico Marchi (Banca Finint), leader delle cartolarizzazioni, che risultava ancora in gioco, almeno indirettamente, sino al 19 giugno 2025, data in cui viene emesso un prestito obbligazionario, convertibile in azioni per un valore di 2,5 milioni di euro. Padroni vecchi e nuovi che direttamente o indirettamente continuano a investire, di sicuro non per solidarietà.

Il ministro Adolfo Urso ha dichiarato che «Ceramica Dolomite è un simbolo dell’eccellenza manifatturiera italiana», per questo il Ministero delle Imprese e del Made in Italy continuerà a sostenere l’azienda attraverso il fondo salvaguardia imprese di INVITALIA.

Ancora socio di minoranza, INVITALIA comincia ad erogare prestiti nel 2022 con 7 milioni di euro, detenendo una quota del 33,33% dell’azienda. Partecipazione che è scesa nell’ottobre 2024 al 25,45%, ma non ha interrotto i finanziamenti pubblici. Per il periodo 2022-2024 il totale ammonta a 12.600.000 di euro, a cui si aggiunge il prestito obbligazionario di 1 milione di euro.


NAZIONALIZZARE L’AZIENDA: LICENZIARE I PADRONI

Il capitale sociale dell’azienda ammonta attualmente a 10 milioni di euro, e le stime previsionali di giugno 2025 stabilivano un totale di 14 milioni di patrimonio netto più 3,5 milioni di prestiti obbligazionari. In sostanza, quei quattro milioni sono posti come ricatto ai fini dell’accordo di dicembre.

La collaborazione pubblico-privato è fuori da ogni logica di buon senso: è evidente che la società non operi a beneficio e tutela dei lavoratori ma punti ad una ristrutturazione aziendale, sfruttando l’aiuto dello Stato sia diretto sia indiretto, tentando di accedere agli ammortizzatori sociali. Tra l’altro anche il contributo ai fini fiscali IRES e IRAP non è pervenuto, cadendo l’azienda nel triennio di avviamento ed essendo negativo l’imponibile. Le perdite portate a nuovo consentiranno oltretutto di risparmiare sui costi fiscali futuri.

Ci pare necessario rivendicare la nazionalizzazione di Ceramica Dolomite, per non dipendere più dal capitale privato e per evitare che i soldi pubblici servano a contenere le perdite per i profitti futuri dei manager e senza la garanzia di mantenimento dei lavoratori. Al contrario, i lavoratori dovrebbero prendere in mano la situazione e mandare avanti la produzione, ponendo sotto il proprio controllo la gestione aziendale, senza rendere un solo centesimo a chi si è reso responsabile di questa situazione.

La nuova finanziaria ha stanziato miliardi di aiuti alle imprese, senza nessuna garanzia per gli sfruttati, sui quali viene scaricato l’intero costo sociale della crisi a garanzia dei profitti del padronato. Meloni intanto ha ringraziato per Natale la sua squadra di ministri con profumi e costose porcellane Ginori, tutto rigorosamente made in Italy.

Per far fronte a questa situazione, che accomuna tante aziende finite sul “tavolo di crisi”, e per farla finita con i comitati d’affari di Confindustria, è necessario riprendere la mobilitazione:

- costituzione di un consiglio di fabbrica che consenta ai lavoratori di organizzarsi per prendere in mano il proprio futuro e portare avanti la lotta.

- sciopero generale a oltranza, unificato ad altre vertenze, come l'ex Ilva, per rimettere al centro gli interessi dei lavoratori contro chi fa profitto sulla loro pelle.

- cassa di resistenza nazionale che consenta di sostenere lotte e scioperi.

- costruzione di un fronte unico di classe contro ogni politica di riarmo nazionale e aiuti alle imprese, che sottrae risorse allo stato sociale.

- blocco dei licenziamenti e nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano o delocalizzano.

- cancellazione di tutte le leggi che precarizzano il lavoro.

In questi mesi le mobilitazioni per la Palestina, con grande partecipazione di lavoratori e studenti, ci hanno dimostrato come i governi tremino di fronte alle masse. Portiamo avanti l'unità delle lotte nella prospettiva di un governo dei lavoratori, l'unico che potrà garantire il riscatto sociale degli sfruttati. Solo il socialismo potrà spazzare via la barbarie imperialista.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione sindacale

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