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Se fossi te: una fiaba della Rai per la pace di classe

2 Gennaio 2026
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Se fossi te è una miniserie in due puntate prodotta dalla Rai, con Laura Chiatti e Marco Bocci.

Massimo Mancuso è un operaio della fabbrica di panettoni Sangiorgi. Dalle ore spese nel suo lavoro dipende in larga parte il futuro dei suoi due figli e del suo padre malato. Quando anche suo figlio si ammala, chiede un anticipo al padrone, che invece paventa per lui e per altri operai il licenziamento. Intanto Valentina Sangiorgi, figlia del fondatore e detentrice di parte delle azioni dell’azienda, eredita l’attività e scopre una situazione aziendale nient'affatto rosea: conti in rosso, licenziamenti in canna e un fallimento all’orizzonte.

Massimo e Valentina sono i legittimi rappresentanti di due classi diverse e opposte, l’uno produttore per la Sangiorgi e l’altra detentrice del profitto prodotto dai suoi operai.


UN FULMINE SCAMBIA DUE VITE

Mentre il conflitto tra Massimo e la Sangiorgi si inasprisce, accade qualcosa di magico. D’un tratto un fulmine scambia la vita dei due. Massimo si ritrova a vivere nel corpo di Valentina e Valentina nel corpo di Massimo.

Massimo, nel corpo di Valentina, si ritrova in un ambiente soffocante e oppresso dai suoi stessi codici sociali, laddove persino a Natale ogni rapporto umano tende l’occhio al denaro e agli affari. Valentina nel corpo di Massimo scopre la dolcezza di un rapporto familiare legato dalla necessità, padre naturale della cura, della solidarietà e dell’amore disinteressato.
Intanto Massimo nel corpo di Valentina deve occuparsi degli affari dell’azienda, sotto supervisione di lei, e lei deve prendersi cura della famiglia e del suo lavoro.

L’oppresso e l’oppressore si immedisimano l’uno nell’altro. Valentina tenta di evitare i licenziamenti, e mentre gli operai fuori dallo stabilimento protestano contro la sua direzione, Massimo cerca di calmarli facendogli capire che Valentina Sangiorgi sta lavorando per evitare la fine dell’azienda.
Intanto la stessa Valentina si occupa di pagare le cure per il figlio di Massimo. Massimo la aiuta a svelare le trame di potere che caratterizzano la sua famiglia Sangiorgi, gli interessi privati che scavalcano l’ideale del buon borghese interessato ai propri operai nel quale lei è stata cresciuta. La famiglia di Valentina implode quando Massimo, nel corpo di Valentina, svela una volta per tutte il velo dell’ipocrisia borghese, e Valentina, nel corpo di Massimo, comprende l’alto valore del vivere i rapporti umani autenticamente e senza secondi fini.


UN FULMINE METTE A POSTO LE COSE

Eppure, quando un nuovo fulmine sotto Capodanno permette a entrambi di tornare nei rispettivi corpi, Valentina è ancora padrona. In più è diventata l’eroina della fiaba, capace di salvare il co-protagonista Massimo, che torna fatalmente a lavorare da operaio insieme a tutti i suoi colleghi che non sono stati licenziati per la svolta etica della signora Sangiorgi. Ora tutti hanno il sorriso sulle labbra. Nulla è cambiato, eccetto una cosa: le classi si sono riappacificate grazie alla magia del Natale, e proprio in una fabbrica di panettoni. E ci sembra di capire che non tutti i padroni sono cattivi, e che un lavoratore buono è buono se con pazienza attende che maturi anche la bontà del suo padrone, che può evitare il suo licenziamento.


È CHIARO: LA LOTTA DI CLASSE TERMINERÀ CON UN BACIO

Lo spirito lieve che guida silenzioso la morale del film è una sorta di mediazione di classe allucinata, un’aspirazione corporativista a scala ridotta, laddove decine di licenziamenti si risolvono entro una storia d’amore privata. Una storia d’amore che appacifica le classi, ne confonde i reali intenti e ne consola gli animi turbati. Ogni tentativo di dare dignità alla solidarietà di classe e all’azione collettiva, fosse anche solo sindacale, come vero motore risolutorio di un problema aziendale, è stato tenuto alla larga.

L’altro spirito lieve che guida la fiaba è il ‘Made in Italy’, come il Ministero: la Sangiorgi viene salvata da Valentina e da Massimo (proprio “come una famiglia”) dalla prospettiva della vendita e delocalizzazione nell’Est Europa che paventavano gli altri dirigenti, su proposta di un fondo straniero.

Risulta chiaro il tentativo di rendere dignità allo status simbolico delle aziende italiane, di fianco all’unico lieto fine che di questi tempi può interessare la Rai: far credere che l’azienda guidata da cattivi capofamiglia possa rinsaldarsi magicamente grazie all’intervento di un’eroina salvatrice, che è anche la padrona. Gli operai attendono, speranzosi come i bambini a Natale. È l’apoteosi dell’infantilizzazione della classe lavoratrice, cui viene contrapposta l’emancipazione della classe borghese… da sé stessa.


LA RAI DEI NUOVI TELEFONI BIANCHI

I crismi rispettano quelli del ‘cinema dei telefoni bianchi’: la classe operaia lavora per aspirare alla borghesia, e la borghesia rimane borghesia nonostante tutto. Ogni possibilità di riscatto sociale viene riassorbita entro lo status quo.
L’emancipazione di Valentina passa necessariamente per Massimo, e appare come l’emancipazione di una donna che si riscatta solo quando diventa decisa come l’uomo che vorrebbe amare. Ma anche la Valentina Sangiorgi padrona d’azienda riscatta la stima di tutti, perché forte e decisa ha preso il timone dell’azienda, ma solo dopo aver appreso dalle buone e comprensive classi popolari la tenerezza e la carità cristiana.
D’altra parte anche Massimo impara ad abbassare i toni, comprendendo che anche i padroni, tutto sommato, possono essere buoni. Nella sua cieca chiusura personalistica, non si accorge che la bontà della classe borghese inizia laddove ha tanto potere da poter decidere dove dirottare i propri rari sussulti di altruismo.

È così che una fiaba della Rai può fare della grande tragedia storica dell’oppressione di classe una piccola commedia privata che assolve la Sangiorgi per assolvere una classe intera.
Proprio nel momento in cui in Italia lo scontro di classe si sta radicalizzando e la tenuta sociale delle medie imprese scricchiola, scavalcando il progetto di governo del “made in Italy” e la narrazione padronale dell’azienda familiare.

Se io fossi te è una miniserie funzionale alla narrazione di governo: la linea dell’industria culturale italiana, e non ci sorprende. Una narrazione in cui la vita di un operaio non vale più di un panettone italiano, e il bene dell’operaio passa per il bene dell’azienda che fino a un momento prima lo minacciava di licenziamento.


SE IO FOSSI LA RAI, QUINDI SE IO FOSSI MARCELLO

Se una produzione Rai torna dopo anni a parlare di classi sociali nel primo canale televisivo, per noi è il segno che le organizzazioni di classe stanno quantomeno tracciando una via utile alla ricomposizione della lotta. Il conflitto fra capitale e lavoro torna a essere una preoccupazione anche per le classi dirigenti, proprio mentre il governo Meloni si radicalizza e la sua tenuta sociale scricchiola.

Se io fossi la Rai, avrei prodotto un film con un Marcello scritto diversamente. Se io fossi Marcello, avrei lottato con i miei compagni di fabbrica e avrei unito la lotta immediata contro i licenziamenti alla lotta contro i padroni dell’azienda. Mi sarei mobilitato per un consiglio di fabbrica utile a condurre la lotta e per gestire la produzione. Avrei anche cercato un partito marxista al quale unirmi, tentato l’unità nella lotta con altri partiti marxisti, e sarei intervenuto per il raggruppamento programmatico di tutte le organizzazioni marxiste rivoluzionarie. Allora avrei cambiato davvero anche il ruolo storico di Valentina Sangiorgi, che avrebbe socializzato l’azienda e sarebbe diventata un’operaia come noi anch’essa. Il film sarebbe finito con gli operai in festa, perché sarebbero tornati a essere fautori del proprio destino. L’amore tra Valentina e Marcello non sarebbe a quel punto più dovuto dipendere dal conflitto di classe, perché di classi non ce ne sarebbero state più.

Se io fossi la Rai, insomma, avrei prodotto un film che avrebbe guardato alla stessa storia dalla prospettiva opposta, quella degli interessi della classe operaia. Verso altri immaginari, senza banalità e falsificazioni propagandistiche a favore di governo mentre il mondo, questo mondo che Se io fossi te vorrebbe conservare, sta giungendo alla sua fine passando per la sua farsa.

Emerigo C.

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