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La COP della distruzione e della farsa: il fallimento di Belém e il lascito delle ceneri
28 Novembre 2025
La COP30 di Belém non è stato un “punto di svolta” per l’azione climatica; è stato lo scenario di una resa vergognosa e un doloroso richiamo al fatto che la diplomazia climatica, dominata dagli interessi distruttivi del capitalismo, ha fallito una volta ancora.
La palese esclusione della «tabella di marcia» verso la fine dei combustibili fossili dal progetto finale è un atto di sabotaggio contro il futuro e uno schiaffo alle comunità vulnerabili.
Non possiamo accettare eufemismi: la COP30 è un fallimento. Gli scienziati impegnati a favore dell'umanità e gli attivisti hanno ragione a qualificare come «vergognoso» il risultato.
Nel momento più critico della crisi climatica, quando ogni tonnellata di CO2 conta, la conferenza ha dovuto soccombere alla pressione di più di ottanta paesi, gruppi di pressione del carbone, del petrolio e del gas.
Questa omissione non è un mero errore tecnico, è una prova irrefutabile che la cupidigia capitalista e la ricerca di benefici immediati continuano a dettare l’agenda mondiale, calpestando la vita, la scienza e la giustizia.
Il progetto finale, senza un impegno chiaro e soggetto a scadenze per la eliminazione progressiva dei combustibili fossili, è un documento innocuo che, nella pratica, è una licenza alla continuazione della distruzione planetaria.
IL GOVERNO BRASILIANO E LA SUA PERDITA DI CREDIBILITÀ
È impossibile parlare del fallimento della COP30 senza puntare il dito contro l’ipocrisia del governo brasiliano.
La sua credibilità sul tema è evaporata con la sua ambivalenza culminata con l’autorizzazione di prospezioni petrolifere nel Margine Equatoriale e alla foce del Rio delle Amazzoni.
Non si può predicare la conservazione globale mentre si apre la porta alla distruzione di biomasse essenziali come in Amazzonia.
Questa contraddizione priva il Brasile della posizione di paese leader sul tema ambientale, trasformando i suoi “discorsi infiorettati” in mere parole vuote.
La vera storia della COP30 non si trova nei saloni climatizzati di Belém, bensì nelle strade e nei villaggi. Il lascito di questa conferenza di facciata non sono le migliaia di milioni di reais sperperati, trasformati in cenere dal fallimento, né le rivendicazioni elettorali avanzate dai governi locali. Il vero lascito è l’esplosione di scontento e mobilitazione popolare.
La città di Belém, con le sue precarie infrastrutture e il suo inesistente risanamento di base, è stato il crudele specchio della crisi sociale che accompagna la crisi climatica.
Ciò che ha realmente convertito la COP30 nella “COP della verità” sono state le mobilitazioni storiche dei Munduruku, dei Tupinambà, degli Arupios e dei movimenti dei professori e dei lavoratori sanitari.
Sono scesi in strada in difesa del territorio, della gratuità dei servizi pubblici e della qualità della vita. Hanno dimostrato che:
• Solamente mediante l’organizzazione, la mobilitazione e la protesta popolare si potrà frenare la cupidigia dei pochi e difendere realmente l’ambiente e il futuro dell'umanità.
• La lotta continua in basso, dove si deciderà il futuro, e non ai tavoli negoziali cooptati dal capitale del fossile.
La lotta continuerà con maggiore intensità contro la privatizzazione dei fiumi Tapajòs, Tocantins e Madeira, contro il Ferrogrão (linea ferroviaria prevista di 933 km fra Sinop, Mato Grosso, e Miritituba, Parà, ndt), per la delimitazione e protezione dei territori indigeni e quilombolas (comunità di schiavi fuggiti durante il dominio coloniale portoghese, ndt) per servizi pubblici gratuiti e di qualità.
La Lega Internazionale Socialista si impegna ad appoggiare e a partecipare attivamente a questo processo.








