La lotta delle donne

Cento anni di PCd’I, cento anni di lotte femministe (tradite?)

Intervento per la Commissione donne e altre oppressioni di genere all’evento online “Livorno 1921: un partito per la rivoluzione” (31 gennaio 2021)

8 Febbraio 2021

Guarda qui il video completo dell’iniziativa

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A pochi passi da chi scrive si trova Pievequinta, una piccolissima frazione di Forlì. Nel 1921 ospitava uno dei circoli socialisti più importanti della zona: si discuteva, si faceva politica e si ballava il liscio. All’indomani del 21 gennaio, il circolo passò in blocco al Partito Comunista d’Italia e le donne che lo componevano, che erano molto numerose e politicizzate, lavorando nel distretto industriale forlivese durante e dopo la Prima guerra mondiale, cucirono una bandiera su cui c’era scritto: “Sezione comunista femminile, compagne lavoratrici, organizzatevi! Per il bene dell’umanità, Pievequinta, Forlì.”

Dopo neanche sei mesi, il 9 giugno 1921, una squadraccia di fascisti provenienti da Ravenna diede fuoco al circolo, picchiò diverse persone e rubò la bandiera, che finì in un’esposizione permanente voluta da Mussolini nel 1932 a Roma, insieme a quelle di tanti altri circoli di tutt’Italia.

Questo per dire due cose.

La prima. Le donne che costituirono il Partito Comunista d’Italia erano tante e, come poi è successo nella storia del PCI e di tante altre organizzazioni comuniste, il loro contributo è stato costantemente nascosto, sminuito, occultato, tanto che è difficile spesso anche trovare traccia storica della loro attività.

La seconda è che queste donne ebbero pochi mesi per passare da militanti comuniste a instancabili compagne combattenti in clandestinità, che spesso reggeranno su di sé l’intero peso della diffusione della stampa clandestina, delle comunicazioni e non solo: un’evoluzione e formazione politica a velocità accelerata, un percorso deviato rispetto le compagne russe, che poi dovranno affrontare a loro volta la controrivoluzione stalinista.

Le donne del Partito Comunista d’Italia erano le lavoratrici che negli anni precedenti erano affluite nelle leghe e nei sindacati, nel settore dell’industria e dell’agricoltura, non meno delle controparti maschili e che avevano partecipato alle lotte agli scioperi e alle occupazioni delle fabbriche, anche quelle a manodopera femminile.

E le lotte pagavano. Per fare un brevissimo esempio: il salario medio di una filatrice piemontese era di 2 lire per 10 ore di salario nel 1918, nel 1919 il salario passò a L. 3,50 a otto ore e nel 1922 sale a L. 9,10, tre volte tanto in tre anni. È il famoso “ingresso delle donne nella produzione”, che non risolve il problema della loro liberazione, ma ne è il fondamento, oggi come allora.

Per le donne del Partito Comunista d’Italia, raggruppatesi nel solco della III Internazionale, ciò che era stato fatto dalle compagne russe dal 1917 in poi rappresentava un faro.

La ragione del successo della lotta e delle conquiste delle donne bolsceviche è essenzialmente una, ed è quella di cui dovremmo fare tesoro ancora oggi: la demarcazione più netta dalle illusioni del femminismo borghese suffragista e la saldatura tra lotta femminista e lotta di classe. Ogni dirigente bolscevica/o ne era consapevole e la prassi lo ha confermato: solo con la saldatura tra lotta di classe e lotta femminista, e il conseguente rovesciamento del modo di produzione capitalista da un lato e del patriarcato dall’altro, è possibile instaurare una società nuova; l’uno è necessario all’altro e nessuno dei due funziona da solo.

In un discorso pronunciato nel 1919 alla Conferenza delle operaie senza partito nella città di Mosca, Lenin afferma: “Oggi ci prepariamo seriamente a sbarazzare il terreno su cui edificare il socialismo, ma l’edificazione del socialismo comincerà soltanto quando, dopo aver realizzato l’eguaglianza completa della donna, ci accingeremo al nuovo lavoro insieme alla donna, liberata da un’attività meschina, degradante, improduttiva. Sarà un lavoro di lunghi anni un lavoro che non darà risultati rapidi ne produrrà effetti brillanti” [1].

In realtà, in brevissimo tempo i bolscevichi avanzeranno a grandi passi verso l’uguaglianza di genere e produrranno effetti positivi estremamente tangibili. Lenin stesso riconosce che “nessun partito democratico al mondo in nessuna delle repubbliche borghesi più progredite ha fatto a questo riguardo in decine d’anni nemmeno la centesima parte di quello che noi abbiamo fatto anche solo nel primo anno del nostro potere” [2].

Ed è proprio così. E a questo proposito volevo ricordare brevemente, con qualche dato alla mano [3], cosa avevano conquistato le donne bolsceviche all’indomani della Rivoluzione e cosa verrà loro tolto dalla controrivoluzione stalinista.

A dicembre del 1917, a due mesi dalla presa del Palazzo d’Inverno, i bolscevichi e le bolsceviche pensano ad abolire il matrimonio religioso e a istituire quello civile e a introdurre il divorzio.

Sempre nel 1917 pensano a depenalizzare l’omosessualità e a includere gli omosessuali nel partito.

Ad agosto 1918 viene varato il “Codice sul matrimonio, la famiglia e la tutela” che:

- abolisce lo status di inferiorità della donna sul piano formale e legale (primo paese al mondo);

- oltre al divorzio senza motivazione, istituisce gli alimenti per la parte più debole della coppia;

- abolisce la differenza di status tra figli illegittimi e legittimi (2013 in Italia).

Sempre in questi anni i bolscevichi realizzano una spinta senza precedenti verso la socializzazione del lavoro domestico, e questa spinta verso un’organizzazione completamente diversa della società viene dalle donne stesse. Alla stessa conferenza, Lenin dice: “Noi creiamo istituzioni, mense, nidi d’infanzia modello per liberare le donne dai lavori domestici e il lavoro per organizzare tutte queste istituzioni toccherà innanzitutto alle donne. Bisogna dire che oggi in Russia esistono pochissime istituzioni che possono aiutare le donne ad uscire dalla condizione di schiave domestiche. Noi diciamo che l’emancipazione delle operaie deve essere opera delle operaie stesse. Le operaie devono occuparsi loro stesse dello sviluppo delle istituzioni di questo genere e questa loro attività porterà un cambiamento completo della loro antica condizione nella società capitalistica” [4].

E questo avviene. Nel 1919-1920, il 90% degli abitanti di San Pietroburgo mangiava regolarmente alle mense statali. Aleksandra Kollontaj scrive: “Nella storia della donna la separazione della cucina dal matrimonio è una grande riforma non meno importante della separazione dello Stato dalla Chiesa”.

Oltre a mense, asili, lavanderie, alloggi comunitari per persone sole, c’è da considerare anche l’estrema attenzione alla sfera sanitaria e alla salute delle donne.

Nel 1920, le donne bolsceviche conquistano il diritto all’aborto sicuro, gratuito, statale e garantito, e senza obiezione di coscienza. Anche in questo caso è il primo paese al mondo. Un diritto che de jure o de facto non è garantito alle donne di oggi.

Tuttavia, la tutela della salute riproduttiva per i bolscevichi non si limitava all’aborto. La salute della donna veniva tutelata a 360 gradi, qualsiasi fossero le decisioni della donna stessa in merito.

Nella Russia zarista c’erano 6 consultori per le donne incinte. Nel 1921 se ne contano oltre 200, oltre a 138 centri per l’allattamento. Oltre a queste esistevano apposite strutture di accompagnamento al parto, veri e propri asili per madri, dove le donne potevano essere ospitate, tutelate prima e dopo il parto, assistite gratuitamente (135 nel 1921) [5].

E poi esiste tutta la questione della pedagogia e dell’infanzia che meriterebbe un capitolo a parte. È opportuno invece soffermarsi a riflettere su cosa sono riuscite a fare le donne bolsceviche all’indomani della Rivoluzione d’ottobre, nel mezzo di una carestia, in un paese arretrato, privo di infrastrutture e con la rivoluzione minacciata a ogni passo dalla restaurazione.

Camilla Ravera, dalle pagine del giornale La Compagna, organo di stampa della sezione femminile del PCd’I chiederà alle donne italiane di lottare per gli stessi obiettivi [6].

Fa venire i brividi pensare a dove sarebbero arrivate le donne bolsceviche se non fosse intervenuta la controrivoluzione stalinista. Perché è stato lo stalinismo a togliere alle donne tutto quello che avevano conquistato, avvicinandole di nuovo alle sorelle italiane sotto il fascismo, che guardavano per le strade ormai gli stessi manifesti, dove venivano rappresentate come floride madri con in braccio i virgulti della patria.

Nel 1930 chiude la storica sezione femminile del partito bolscevico, lo Zhenotdel, che sotto la guida di Aleksandra Kollontaj e Inessa Armand tanto aveva fatto per le donne, dato che, bontà di Stalin, la questione femminile fu dichiarata “risolta”.

Nel 1933 l’omosessualità divenne nuovamente reato, nel 1936 venne abolito l’aborto e con il nuovissimo/vecchissimo codice sulla famiglia del 1944 morì definitivamente la società egualitaria realizzata dai bolscevichi.

I figli tornarono ad essere illegittimi e legittimi, il divorzio pesantemente tassato, rendendolo un bene di lusso, venne abbandonata l’educazione collettiva dei figli che ritornava sulle spalle delle donne.

Oltre che nei Gulag, nei processi, negli assassinii degli oppositori, nello sterminio dell’Opposizione di Sinistra, lo stalinismo esercitò tutta la sua carica controrivoluzionaria anche sul corpo delle donne.

Tutto questo per dire che dobbiamo trarre una lezione importante dalla storia. Oggi come allora abbiamo la necessità di un femminismo coerentemente marxista rivoluzionario, di un femminismo bolscevico, in grado di articolare un intervento di avanguardia e di massa completamente svincolato dal femminismo borghese, liberal pop, individualista. Ci serve un femminismo saldato alla lotta di classe, ma anche libero da autocentrature e settarismi autistici, e spiccatamente internazionalista. Lottare per soddisfare questa necessità è il nostro compito, oggi come nel 1921.

In questa occasione, è opportuno concludere con le parole del documento femminista contenuto nelle Tesi e risoluzioni del II congresso della III internazionale Comunista [7], che non è invecchiato di un giorno: “Lavoratrici di tutto il mondo! Uscite dalle vostre abitazioni, dei vostri tuguri e dalle soffitte, dalle fabbriche dalle officine, dagli uffici e negozi, e partecipate alla lotta per la liberazione di tutta la classe operaia. Entrate nelle organizzazioni rivoluzionarie economiche del proletariato. Fatevi i membri del partito comunista del vostro paese. Prendete parte ai movimenti rivoluzionari della vostra epoca, unitevi ai vostri compagni. Sappiate che l’Internazionale Comunista è indomabile e invincibile, se i lavoratori e le lavoratrici di tutto il mondo militano nelle sue file. Viva l’Internazionale Comunista!



Note:

[1] Lenin, V. I. Discorso pronunciato alla IV Conferenza delle operaie senza partito della città di Mosca il 23 settembre 191, pubblicato sulla Pravda, n. 213, 25 settembre 1919.

[2] Il contributo della donna all’edificazione del socialismo, da Una grande iniziativa (Sull’eroismo degli operai nelle retrovie. Con riferimento ai «sabati comunisti»), scritto il 28 giugno 1919 e pubblicato in un opuscolo separato nel luglio dello stesso anno.

[3] Goldman, Wendy Z. (1995) Women, the State and Revolution. Soviet Family Policy and Social Life, 1917-1936. Cambridge University Press.

[4] vedere nota [1]

[5] vedere nota [3]

[6] La Compagna, Organo del Partito Comunista d’Italia, Primo Agosto 1929.

Altre fonti:

Ravera, Camilla (1978). Breve storia del movimento femminile in Italia. Roma, Editori Riuniti.

MG - Commissione donne e altre oppressioni di genere

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