Prima pagina

La contesa sindacale

L'intervento dei marxisti rivoluzionari nei sindacati

19 Novembre 2020
profintern


LA PRIMA ERA: MARX ED ENGELS

Il rapporto tra l’avanguardia rivoluzionaria e il sindacato dei lavoratori rimane tutt’oggi oggetto di un dibattito aperto sul lato teorico della questione, e accidentato sul terreno della prassi.
È sicuramente un rapporto obbligato se i marxisti rivoluzionari ambiscono a conquistare per il loro programma rivoluzionario l’egemonia tra le file dell’avanguardia della classe lavoratrice necessaria per la conquista del consenso della maggioranza politicamente attiva delle lavoratrici e dei lavoratori. Tuttavia, il modo di tale rapporto rimane questione aperta, non da oggi ma fin dalla prima esperienza dei fondatori del comunismo moderno: Marx ed Engels.

Secondo Marx il sistema del salario risponde ad una legge economica fondamentale per l’ordine sociale borghese. Il salario “più giusto” coincide necessariamente con la ripartizione più ingiusta del prodotto del lavoro dell’operaio. Allora Engels si chiede:

«Le Trade Unions inglesi (le prime possenti organizzazioni operaie nel mondo, nda) hanno lottato per quasi 60 anni contro questa legge, con quale risultato? Sono forse riuscite a liberare la classe operaia dalla schiavitù in cui la costringe il capitale prodotto dalle loro stesse mani? È sufficientemente noto che non solo non lo hanno fatto, ma che non l’hanno neanche mai tentato».

«Non vogliamo certo sostenere che malgrado non abbiano raggiunto tale risultato le Trade Unions non servano a nulla. Al contrario, in Inghilterra, come in ogni altro paese industrializzato, le Trade Unions sono per la classe operaia, una necessità nella sua lotta contro il capitale».

A che serve, dunque, il sindacato? Ancora Engels: «La legge del salario non viene eliminata dalla lotta sindacale. Al contrario, è proprio con questa lotta che essa si afferma nella sua pienezza. Senza gli strumenti della resistenza sindacale l’operaio non riceverebbe neanche quello che gli spetta in base alle regole del sistema del salario» (1).

Engels vede il dilemma. Il sindacato è un’organizzazione di lotta necessaria alla classe operaia per combattere il capitale, ma non è in grado di liberarlo dalla sua schiavitù. Si tratta di una constatazione dettata dall’esperienza. Una esperienza che Marx nel 1842 descrive secondo questa dinamica:

«… la coalizione (l’associazione degli operai) ha sempre un duplice scopo, quello di far cessare la concorrenza tra loro (tra gli operai) e poter fare una concorrenza generale al capitalista. Se il primo scopo di resistenza non è stato che il mantenimento del salario, nella misura in cui i capitalisti a loro volta si uniscono per reprimere, le coalizioni dapprima isolate si formano in gruppi; di fronte al capitale sempre unito il mantenimento dell’associazione diviene per loro più necessario di quello del salario […] In questa lotta – una guerra civile – si riuniscono e si sviluppano tuti gli elementi necessari di una futura battaglia. Una volta arrivata a tal punto l’associazione assume un carattere politico» (2).

La lotta per la difesa del sindacato dalla repressione padronale assume un carattere politico. Come abbiamo visto con Engels, però, il carattere politico della lotta esula dalle finalità insite nella lotta sindacale e nelle ragioni istitutive del sindacato stesso.

Nel 1866 (3) Marx annota che «le associazioni professionali hanno privilegiato in modo troppo esclusivo il loro compito di lotta immediata contro il capitale […] Si sono perciò trovate lontano dal movimento generale, sociale e politico». Nel futuro: «le associazioni devono imparare ora ad agire coscientemente come punto focale dell’organizzazione della classe operaia, a ciò nell’interesse superiore della loro completa emancipazione. Esse devono appoggiare ogni movimento sociale e politico che miri a tal fine e considerarsi campioni rappresentanti di tutte le classi…».

È l’auspicio di Marx e che incontrerà non poche difficoltà. Infatti nel 1871 annota: «…contro questa violenza complessiva delle classi dominanti la classe operaia si può opporre solo in quanto classe, costituendosi in partito politico autonomo (grassetto nostro, nda) in contrapposizione a tutte le formazioni politiche della classe dominante […] che l’unificazione delle forze singole, che gli operai hanno già creato fino ad un certo punto con le loro lotte economiche, deve servire anche come strumento della lotta contro il potere politico dei loro sfruttatori. Per questo motivo la Conferenza ricorda a tutti i membri dell’Internazionale che nella situazione di lotta della classe operaia, il suo movimento economico e la sua attività politica sono indissolubilmente legati…» (4).

Dunque, l’organizzazione sindacale non basta agli operai: per la loro emancipazione è necessario il Partito.
È un’esigenza confermata dall’esperienza come osserva Engels nel 1879 nella sua Lettera a Bernstein del 17/06/1879 e nel giugno 1881 nel suo articolo Trade Unions per il The Labour Standard: «le Trade Unions escludono perfino in via di principio e a norma di statuto ogni azione politica e quindi la partecipazione a ogni attività complessiva della classe operaia e seguendo la tradizione della loro nascita e del loro sviluppo in questo paese, queste potenti organizzazioni si sono finora limitate quasi esclusivamente alla funzione di partecipare alla determinazione del livello dei salari e della giornata lavorativa, e di porre l’abolizione delle leggi apertamente antioperaie».

Il progresso delle organizzazioni sindacali e degli operai organizzati in esse verso la comprensione della necessità della battaglia politica per il potere e perciò la costituzione del partito, secondo Marx ed Engels, deve essere il risultato di una battaglia in campo aperto. Il partito politico, strumento necessario della autonoma capacità della classe operaia di aprirsi la strada verso la rivoluzione sociale, è il risultato della battaglia sul terreno della lotta di classe, battaglia dall’esito non dettato da una risoluzione teorica consolidata una volta per tutte, da un rapporto automatico tra sindacato e partito, tanto più da una prassi certificata. In assenza di alcun automatismo, nel sindacato si deve aprire la battaglia politica per il partito rivoluzionario.


LA PRASSI DEI SINDACATI

Il 1906 è segnato dalla repressione zarista in grado di spegnere il fuoco della prima Rivoluzione russa. Rosa Luxemburg, tra i massimi dirigenti e teorici della socialdemocrazia tedesca, è impegnata in una lotta senza quartiere contro la destra del suo partito e quella del sindacato. L’organizzazione sindacale tedesca è passata in circa trent’anni da cinquantamila membri a circa un milione e mezzo. Eppure, nonostante questo sviluppo straordinario dell’organizzazione operaia e della sua capacità di lotta, i suoi dirigenti rifiutano il metodo dello sciopero di massa che aveva acceso la rivoluzione in Russia.

I dirigenti sindacali oppongono ai metodi rivoluzionari «la concezione rigida, meccanico-burocratica [che] concepisce la lotta solo come prodotto dell’organizzazione ad un certo grado della sua forza. Il vivo sviluppo dialettico fa sì invece che l’organizzazione risulti un prodotto della lotta» (5).

In realtà la burocrazia sindacale rimanda sine-die la lotta rivoluzionaria. Ad essa interessa piuttosto la lotta sindacale separata da quella politica secondo un tipo di divisione che per la Luxemburg «non è che un prodotto artificioso… del periodo parlamentare».

«Da un lato in questo periodo, nel corso tranquillo, “normale” della società borghese, la lotta economica viene spezzettata, dissolta in una molteplicità di singole lotte in ogni singola impresa, in ogni branca della produzione. D’altro lato la lotta politica non viene condotta dalla massa stessa in un’azione diretta, ma piuttosto secondo le forme dello stato borghese, per via rappresentativa, mediante la pressione sulle rappresentanze legislative».

La divisione tra la prassi sindacale e quella politica ha uno scopo: l’allontanamento del movimento operaio dalla rivoluzione. Rosa Luxemburg ritiene che i rivoluzionari non si possano rassegnare a questa divisione perché «i sindacati rappresentano soltanto gli interessi di gruppo e un grado di sviluppo del movimento operaio. La socialdemocrazia rappresenta la classe operaia ed il suo interesse alla liberazione nel suo complesso. Il rapporto dei sindacati alla socialdemocrazia è perciò il rapporto di una parte al tutto e se fra i dirigenti sindacali la teoria della “parità di diritti” dei sindacati e del partito incontra tanto favore, essa riposa su un misconoscimento dell’essenza stessa dei sindacati e del loro ruolo nella lotta di liberazione generale della classe operaia» ossia il rifiuto della lotta e della politica rivoluzionaria conseguente nella realtà pratica di ogni giorno.

La divisione artificiale della lotta sindacale da quella politica produce la sua specializzazione da cui la “deviazione professionale” dei funzionari sindacali. L’iniziativa e la capacità di giudizio divengono così una sorta di specialità professionale mentre alle masse pur organizzate nel sindacato «spetta la virtù meramente passiva della disciplina». È la descrizione della burocrazia sindacale intenta a cucire la camicia di forza del movimento operaio a tutto vantaggio dell’ordinamento borghese e della sua stabilità.

Gramsci inquadra questa dinamica nel processo storico di sviluppo dell’organizzazione sindacale:

«E quanto più le organizzazioni andarono ingrandendosi, quanto più frequente fu il loro intervento nella lotta di classe, quanto più diffusa e profonda la loro azione, e tanto più divenne necessario ridurre l’ufficio dirigente a ufficio puramente amministrativo e contabile, tanto più la capacità tecnica industriale divenne un non valore ed ebbe il sopravvento la capacità burocratica e commerciale. Si venne così costituendo una vera e propria casta di funzionari e giornalisti sindacali, con una psicologia di corpo assolutamente in contrasto con la psicologia degli operai, la quale ha finito con l’assumere in confronto alla massa operaia la stessa posizione della burocrazia governativa in confronto dello Stato parlamentare: è la burocrazia che regna e governa» (6).

«Nella realtà italiana il funzionario sindacale concepisce la legalità industriale come una perpetuità. Egli troppo spesso la difende da un punto di vista che è lo stesso punto di vista del proprietario. Egli vede solo caos e arbitrio in tutto quanto succede tra la massa operaia: egli non universalizza l’atto di ribellione dell’operaio alla disciplina capitalistica come ribellione, ma come materialità dell’atto che può essere in sé e per sé triviale» (7).


I SINDACATI E LA RIVOLUZIONE

1920: la RFSSR combatte, per la sua sopravvivenza, una feroce guerra civile in cui i “bianchi” ricevono il sostegno delle forze armate di occupazione delle principali potenze straniere mentre la socialdemocrazia internazionale le rivolge un attacco politico fin dentro il movimento operaio europeo.

Dopo l’assassinio da parte dei Freikorps, l’anno precedente, dei capi del movimento rivoluzionario tedesco, R.Luxemburg e K.Liebknecht con la ormai accertata responsabilità del ministro della difesa socialdemocratico, Noske, l’Internazionale socialdemocratica vuole dividere il movimento operaio cercando di condurne la maggioranza su posizioni contrarie al processo rivoluzionario internazionale avviatosi in Russia nel 1917.

Le masse operaie sempre più sindacalizzate oscillano tra rivoluzione e reazione. Lenin, con un’analisi accorta di questo contesto, constata che «nel paese più avanzato della Russia (la Germania, nda), un certo reazionarismo dei sindacati si è manifestato e doveva senza dubbio manifestarsi, molto più fortemente che da noi […] In Occidente, i menscevichi di colà (i socialdemocratici, nda) si sono “annidati” molto più solidamente nei sindacati, là si è formato uno strato, molto più forte che da noi, di “aristocrazia operaia” corporativistica, gretta, egoista, sordida, interessata, piccolo-borghese, di mentalità impersonale, asservita e corrotta dall’imperialismo. Ciò è incontestabile. La lotta contro i Gompers (capo sindacale americano, nda), contro i signori Jouhaux (segretario del CGT francese, nda), Henderson (leader laburista inglese, nda), Merrain (dirigente sindacale francese, nda), Liegen e compagni nell’Europa occidentale è incomparabilmente più difficile della lotta contro i nostri menscevichi, i quali rappresentano un tipo sociale e politico del tutto simile. Questa lotta deve essere condotta senza pietà e, come noi abbiamo fatto, deve essere necessariamente continuata fino a disonorare completamente e a scacciare dai sindacati tutti i capi incorreggibili dell’opportunismo e del socialsciovinismo». (8). Non si tratta di convincere i capi del sindacato ad appoggiare la rivoluzione, perché è impossibile, quanto piuttosto di cacciarli senza pietà.

L’esperienza della rivoluzione, della guerra civile, delle grandi lotte rivoluzionarie nell’Europa centrale fanno osservare a Lenin ciò che Engels aveva sospettato e Luxemburg anticipato: il carattere controrivoluzionario impresso alle grandi organizzazioni sindacali europee e americane dalle loro direzioni burocratiche.
È necessario strappare i sindacati e il loro seguito di massa alle loro direzioni opportuniste, come nella guerra civile quando interi reggimenti passano da un fronte all’altro. Non si può rinunciare a questa lotta sottomettendosi ai capi sindacali né lasciare loro libero il campo di battaglia.

«Ma noi conduciamo la lotta contro “l’aristocrazia operaia” in nome della massa operaia e per attrarre questa massa dalla nostra parte, conduciamo la lotta contro i capi opportunisti e socialsciovinisti per attrarre dalla nostra parte la classe operaia. Dimenticare questa verità elementarissima ed evidentissima sarebbe stolto. E una stoltezza simile commettono appunto i comunisti tedeschi “di sinistra” i quali dal carattere reazionario e controrivoluzionario delle alte sfere dei sindacati traggono la conclusione che…. bisogna uscire dai sindacati! rinunciare al lavoro nel loro seno!! Creare forme nuove, bellamente escogitate dell’organizzazione operaia!! È una sciocchezza imperdonabile e sarebbe il maggior servizio che i comunisti possano rendere alla borghesia. Giacché i nostri menscevichi, come pure tutti i capi opportunisti, socialsciovinisti, kautskiani nei sindacati non sono nient’altro che “agenti della borghesia nel movimento operaio…”» (8).

Lenin lascia l'impronta della sua battaglia contro il disimpegno dalle grandi organizzazioni sindacali al III congresso dell’Internazionale comunista: «Affinché la borghesia possa continuare a dominare e a strizzare gli operai per estrarne il plusvalore, non le basta il prete, né il solo poliziotto o il generale, ha bisogno anche della burocrazia sindacale, del “capo operaio” che predichi ai sindacati operai la neutralità e l'indifferenza nella lotta politica».

L'Internazionale comunista lancia la sfida all'Internazionale sindacale di Amsterdam, l'internazionale gialla.
Questa nel 1920 è «il principale sostegno del capitale mondiale [...] Per avere un'arma adatta con cui combattere l'Internazionale gialla di Amsterdam bisogna prima di tutto stabilire mutue relazioni, chiare e precise, tra il partito e i sindacati in ogni paese». È il nodo politico da sciogliere.

Perché i comunisti riescano a dirigere «la lotta proletaria durante tutte le sue tappe [devono] costituire all'interno dei sindacati dei gruppi comunisti che siano interamente subordinati al partito comunista nel suo insieme».

«Il dovere dei comunisti è di spiegare a tutto il proletariato che la salvezza non consiste nell'uscire dai vecchi sindacati per crearne di nuovi o per disperdersi in un pulviscolo di uomini disorganizzati, ma nel rivoluzionare i sindacati, nello scacciarne lo spirito riformista e il tradimento dei dirigenti opportunisti per farne un'arma attiva del proletariato rivoluzionario».

Nel seno dei vecchi sindacati bisogna sviluppare una battaglia il cui esito dipende dalla dinamica della lotta di classe. Senza la conquista del campo di battaglia, senza l'avanzata su questo terreno, non è possibile conquistare la maggioranza del proletariato. Non è possibile, però, vincere senza sconfiggere e cacciare le loro direzioni opportuniste, senza rivoluzionare le organizzazioni sindacali e impedire che diventino uno strumento della reazione controrivoluzionaria.

Il Programma d'azione del II Congresso dell'IC prescrive la necessità di nuovi metodi di lotta, la fusione dei sindacati “simili tra loro” secondo lo slogan “una fabbrica, un sindacato” da conseguirsi con il metodo rivoluzionario. I comitati di fabbrica e di officina devono essere eletti da tutti gli operai dell'impresa indipendentemente dall'organizzazione sindacale di appartenenza e dalle convinzioni politiche.

Il livello delle rivendicazioni deve essere aggressivo e adeguato a sostenere lo scontro con il padronato per il controllo operaio sulla produzione. Tutte queste rivendicazioni e il controllo operaio non possono essere realizzati nel quadro del capitalismo, e i sindacati rivoluzionari «devono rendersene conto [...] devono anche, strappando pezzo per pezzo delle concessioni alle classi dominanti, far apparire molto chiaramente alle masse operaie che soltanto il rovesciamento del capitalismo e l'instaurazione della dittatura del proletariato possono risolvere la questione sociale».

«Ogni lotta economica è una lotta politica, nel senso che è una lotta condotta da tutta una classe» (9). Per questo è necessario il partito comunista.


IL RIFLUSSO

Un anno dopo il IV congresso, l’IC si trovò a dover affrontare la rinnovata offensiva delle direzioni riformiste dei sindacati. Queste, nel contesto di indebolimento progressivo in tutti i paesi, dovuto all’impotenza dei sindacati riformisti «a resistere seriamente all’attacco capitalistico e a difendere gli interessi più elementari delle masse operaie» e ponendosi il fine di proseguire nella loro politica di collaborazione di classe, arrivano a promuovere la scissione contro intere organizzazioni per escluderne gli elementi rivoluzionari. I comunisti allora devono fare una distinzione necessaria tra sindacalismo e comunismo, prendendo l’iniziativa di organizzare propri “nuclei” in seno ai sindacati e di formare un blocco con gli operai rivoluzionari di altre tendenze.

Contro la scissione sindacale promossa dai riformisti, i comunisti devono impegnarsi invece in una lotta senza quartiere per l’unità sindacale e contro la propria esclusione. Questi obbiettivi possono essere raggiunti solo «grazie ad un energico lavoro, di organizzazione e politico, tra le masse operaie».

Se prima era necessario contrastare la scissione degli estremisti ora questo pericolo, più seriamente, è rappresentato dai riformisti. Il pendolo della storia sul terreno della battaglia sindacale ha oscillato da sinistra a destra.

È il 1938. Le conquiste rivoluzionarie, la democrazia operaia e lo stato sovietico sono grottescamente distorti dalla cricca controrivoluzionaria di Stalin che usurpando il Partito Comunista dell'Unione Sovietica, stermina a centinaia di migliaia i migliori quadri rivoluzionari del partito di Lenin. In Spagna la rivoluzione viene soffocata dall’esercito di Franco e tradita dagli stalinisti. In Italia e in Germania le masse proletarie vivono sotto il tallone di ferro del fascismo e del nazismo che già prepara l’avventura della Seconda guerra mondiale.

Trotsky rifiuta ogni rinuncia, ogni tendenza al disimpegno: «La potente ascesa dei sindacati in Francia e negli Stati Uniti costituisce la migliore risposta ai teorizzatori estremisti della passività che avevano affermato che i sindacati avevano fatto il loro tempo» (10). Rifiuta anche il disimpegno nascosto dietro la maschera della costruzione settaria di piccoli sindacati “rivoluzionari” come una seconda edizione del partito, ciò che implica in realtà una rinuncia alla lotta per la direzione della classe operaia e la il tradimento conseguente della rivoluzione.

Nello stesso tempo bisogna condannare ogni feticismo dei sindacati perché, per gli scopi che li caratterizzano, la loro composizione e la natura del loro reclutamento, non possono avere un organico programma rivoluzionario (per cui è necessario il partito) ed inoltre non abbracciano che una minoranza della classe operaia, per di più i suoi strati più qualificati e con i migliori salari. I comitati di sciopero, i comitati di fabbrica e infine i soviet sono gli organismi che possono includere la maggioranza della classe lavoratrice trascinata nella lotta. Non ci si può limitare all’ambito degli organi dell’organizzazione sindacale. Infine, i sindacati, espressione degli strati superiori del proletariato, sono inevitabilmente attratti verso la conciliazione con il regime democratico-borghese.

È necessario dunque sviluppare un’opposizione intransigente alle direzioni sindacali capitolarde tanto da proporre incessantemente la sostituzione del vecchio apparato sindacale con nuovi dirigenti pronti alla lotta. Tuttavia, ciò non basta: in tutti i casi in cui sia possibile, bisogna creare organizzazioni autonome adeguate alla lotta di massa contro la società borghese fino ad arrivare, se necessario, alla rottura aperta con l’apparato conservatore dei sindacati. È necessario sviluppare al contempo la lotta al settarismo e alle cricche burocratiche “apertamente reazionarie o conservatrici mascherate (“progressiste”)”, considerando che il sindacato non è fine a sé stesso, ma soltanto un mezzo.

Il banco di prova sindacale rimane decisivo per l’organizzazione rivoluzionaria del proletariato anche e ancor più nell’epoca della sua crisi di direzione e di arretramento della sua coscienza di classe. Tuttavia, questa prova non può essere superata con l’“adattamento” ad una situazione sfavorevole, dominata dalle direzioni opportuniste e controrivoluzionarie del movimento operaio, magari in attesa di tempi migliori.
È necessario invece contendere il terreno palmo a palmo a quelle direzioni, comunque travestite, fosse pure da pose roboanti e apparentemente combattive.


DAL DOPOGUERRA AI GIORNI NOSTRI: LA CONFERMA DI UN METODO

Il secondo dopoguerra vede una nuova ascesa, seppur non lineare, della lotta di classe nei paesi imperialisti e di maggior industrializzazione. La ricostruzione post-bellica e la produzione massiccia di armamenti nel quadro della guerra fredda con l’URSS, garantiscono ampi margini di crescita economica alle economie dei paesi più industrializzati. Si dispiega l’egemonia imperialista degli USA. Ma i proventi dell’enorme ricchezza sociale prodotta continuano ad essere distribuiti in maniera fortemente diseguale e la modernizzazione industriale concentra una massa crescente di lavoratrici e lavoratori sottoposti a intensi tassi di sfruttamento.

Il carattere bipolare degli equilibri politici planetari, il tentativo dei paesi coloniali ed economicamente dipendenti di emanciparsi dai vecchi legami, seppur in modo contradditorio e conteso tra la borghesia nazionale e le aspirazioni del nuovo proletariato, i segnali potenti dello smottamento della dominazione stalinista nell’est europeo, il dispiegarsi dell’imperialismo della superpotenza nord-americana e del suo militarismo aggressivo, si intrecciano con l’accumulo di fascine per l’incendio sociale negli stessi paesi imperialisti.

Il '68 vede il combinarsi delle aspirazioni di una nuova generazione in via di politicizzazione con una nuova potente ascesa della lotta di classe. Le organizzazioni del movimento operaio, a cominciare dai maggiori sindacati, ne sono investite. La burocrazia, inizialmente spiazzata, si dispone a dirigere le mobilitazioni per controllarne l’ascesa di massa.

Sciopero generale e organizzazioni di massa di tutti gli operai di fabbrica (strutture consiliari) diventano gli strumenti individuati dalla parte più avanzata del movimento operaio che chiede ai sindacati di assecondare e favorire le rinnovate modalità con cui la classe lavoratrice si contrappone al padronato e allo Stato aprendo così una fase rivoluzionaria, come in Francia (maggio '68) o in Italia.

La burocrazia sindacale fa il proprio sporco lavoro. In Francia fa fallire lo sciopero generale che aveva condotto il regime borghese sull’orlo del crollo. In Italia le organizzazioni consiliari vengono a mano a mano ricondotte nell’alveo della “routinaria” pratica sindacale. Il lavoro non è facile ma alla fine avrà successo.
L’esito è la disfatta: riflusso e politica dei sacrifici, compromesso con il padronato e salvaguardia delle compatibilità della produzione capitalista.

La sconfitta, dentro i sindacati, e l’impotenza nelle organizzazioni politiche egemoni della classe operaia, di una direzione alternativa e conseguentemente rivoluzionaria apre la strada a questo ennesimo tradimento e alla conseguente sconfitta che la classe lavoratrice subirà alla fine degli anni Ottanta.

Con la caduta dell’URSS, e la vittoria degli imperialismi occidentali e, soprattutto, di quello USA, si apre l’era della globalizzazione capitalista. La propaganda borghese dipinge l’agiografico disegno del dispiegarsi della democrazia dopo il crollo del totalitarismo burocratico dell’URSS. In realtà è il trionfo della democrazia borghese, ossia della dittatura del capitale.

Il proletariato, infatti, viene colpito quasi ovunque a livello internazionale dal dumping sociale (la feroce concorrenza tra i suoi diversi settori nei paesi imperialisti, economicamente dipendenti e in ascesa come la Cina), vasti processi di precarizzazione della condizione lavorativa e sottoccupazione, fenomeni epocali di migrazione di massa. Il comando capitalista sul lavoro torna a farsi sempre più cinico e oppressivo.

L’avanguardia del proletariato subisce una cesura con la tradizione del pensiero e della prassi rivoluzionaria.
Nei paesi emergenti e in quelli economicamente dipendenti esprime ancora, e in qualche caso rinnova, la sua capacità di sviluppare fenomeni di ascesa della lotta di classe e di massa, ma stenta ad esprimere un punto di vista politico indipendente. Nei paesi imperialisti subisce in pieno il riflusso della lotta e della coscienza di classe. Ciò comporta la sua dispersione e frammentazione tra le grandi organizzazioni sindacali e piccoli sindacati settari.

La crisi del 2008 e quella “pandemica” dei giorni nostri si sono incaricate di distruggere ogni illusione su una possibile riforma di carattere progressivo del capitalismo e del suo dominio globale, la cui capacità declinante di governare le proprie spaventose contraddizioni, minaccia la stessa sopravvivenza della civiltà umana.


I COMPITI DELL'OGGI

L’esperienza degli ultimi anni conferma la piena attualità dei compiti dei marxisti rivoluzionari nei sindacati.
Innanzitutto, non è possibile per nessun motivo abbandonare il campo sindacale lasciandolo alle direzioni opportuniste. È necessario invece occuparlo per lottare implacabilmente contro la burocrazia, rifiutando ogni adeguamento, pur utilizzando la necessaria articolazione tattica, e contrastando sempre le espulsioni dei rivoluzionari e dei sindacalisti classisti dalle organizzazioni sindacali.

Le rivendicazioni avanzate dalle compagne e dai compagni devono ubbidire al metodo transitorio per la costruzione di una vertenza generale del mondo del lavoro, al di fuori di ogni camicia di forza delle compatibilità capitaliste. Tale vertenza deve appoggiarsi sull'indicazione di forme di lotta radicali (scioperi prolungati, picchetti, occupazioni, casse di resistenza) per la cui direzione è fondamentale la costruzione di ambiti di autorganizzazione di massa delle lavoratrici e dei lavoratori (assemblea per delegati, comitati di sciopero eletti dalle lavoratrici e dai lavoratori a partire dai distretti industriali fino al livello nazionale), che travalichino i confini delle singole organizzazioni e siano capaci di convogliare nella lotta operaie ed operai, sindacalizzati e non.

L’obbiettivo deve essere la costruzione del fronte unico di massa e di lotta della classe lavoratrice, l’unico capace di contrapporsi all’attacco concentrato della classe padronale e di aprire una fase nuova della lotta di classe. Per questo vanno dispiegati un puntuale e coerente contrasto alla frantumazione sindacale e la formazione di componenti e/o tendenze rivoluzionarie sia nelle grandi organizzazioni sindacali governate dalla burocrazia, oscillante tra opportunismo e reazione, che nei piccoli sindacati, spesso diretti da cricche settarie, dove, tuttavia, si concentra parte dell’avanguardia di classe più combattiva e resistente.

Contendere passo passo il terreno agli “agenti della borghesia” nel movimento operaio, non cedere ad alcuna forma di adeguamento, non scegliere mai la linea di minor resistenza: questi sono i principi ispiratori dei rivoluzionari nella contesa sindacale tra rivoluzione e reazione.



Note

(1) F. Engels, Il sistema del salario, da “The Labour Standard”, 21 maggio 1881.
(2) K. Marx, Miseria della filosofia, 1847.
(3) Istruzioni ai delegati del Consiglio generale su singole questioni, luglio 1899.
(4) Decisione della Conferenza dei delegati dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, Londra 17-23 settembre 1871.
(5) R. Luxemburg, Sciopero generale, partito e sindacato.
(6) A. Gramsci, I sindacati e la dittatura, 1919.
(7) A. Gramsci, I sindacati e i consigli, 1920.
(8) Lenin, Estremismo, malattia infantile del comunismo, 1920.
(9) Atti dei primi quattro congressi dell’Internazionale Comunista.
(10) Trotsky, Il programma di transizione, 1938.

Federico Bacchiocchi

CONDIVIDI

FONTE