Dalla tragedia alla farsa. Lo stalinismo ieri e oggi

Pietro Tresso e la nascita del trotskismo italiano

1930: la svolta del PCd’I e l’espulsione dei “tre”

27 Ottobre 2020

Il 27 ottobre 1943 veniva assassinato il compagno Pietro Tresso, detto “Blasco”, fondatore e dirigente del Partito Comunista d’Italia e amico di Gramsci, espulso per “trotskismo” dal partito nel 1930 per volontà di Togliatti, fondatore della Quarta Internazionale, assassinato in Francia dagli stalinisti durante la Resistenza.

In questo testo si ripercorre la svolta che avvenne nel 1930 all’interno del PCd’I, in relazione ai profondi cambiamenti che interessarono la politica dell’Internazionale Comunista alla fine degli anni Venti, e che portò all’espulsione di Tresso, Leonetti e Ravazzoli dalle file del partito e la nascita del trotskismo italiano.

Per un profilo biografico e dell’attività di Pietro Tresso rimandiamo alla lettura di questo scritto

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Nella primavera-estate del 1930 giunge a compimento la crisi più profonda che il giovane Partito Comunista d’Italia (nato nel 1921) abbia affrontato nei suoi primi travagliati anni di vita, e uno dei momenti più difficili dell’intera vita di ciò che diverrà poi, nel corso degli anni Trenta, e ancor più a partire dal secondo dopoguerra, un partito che nulla più aveva a in comune con quello fondato da Bordiga e Gramsci a Livorno nel 1921.

Il 1930 è l’anno di ciò che in seguito verrà definita, da storici e militanti, “la svolta del PCd’I”. Un capitolo centrale della storia di quel partito, ma che rimarrà a lungo oscuro e misconosciuto, tenacemente rimosso e colpevolmente distorto. Basti pensare che fino alla metà degli anni Settanta non esistevano opere storiografiche che ne parlassero, e fino alla metà del decennio precedente non erano ancora chiari nella loro essenza i termini della questione alla stragrande maggioranza dei militanti del PCI e degli altri partiti operai (salvo, appunto, a chi li aveva vissuti in prima persona).

La cosiddetta svolta, e la profonda crisi che ne segue, rappresenta per il PCd’I al tempo stesso un punto di arrivo e un punto di partenza. In quel brumoso e drammatico Comitato Centrale del marzo 1930 a Liegi terminava l’arco di esistenza della sezione italiana della Terza Internazionale bolscevica, dell’Internazionale di Lenin e Trotsky; e iniziava la vita di un partito la cui linea fu, a partire da quel momento e fino alla fine, coincidente con la linea di Stalin, alle cui scelte e alla cui volontà si legheranno le stesse sorti personali dei dirigenti, così come, del resto, della base. Un partito che insieme agli insegnamenti di Lenin e della scuola della Rivoluzione russa aveva gettato a mare la sua stessa peculiare esperienza di lotta e di testimonianza, le sue stesse caratteristiche e prerogative.

Ma non fu solo il partito italiano a cambiare pelle e binari. In quello stesso periodo furono tutti i partiti comunisti, tutta l’Internazionale a mutare drasticamente essenza e prospettive.

Cosa fu, dunque, la “svolta”? In cosa si concretizzò? Quali furono i suoi presupposti e le sue motivazioni?

Nel 1928 si tenne il sesto congresso della III Internazionale. A quattro anni di distanza dal quinto, in un contesto e in un clima notevolmente diversi rispetto al precedente, il sesto congresso fu quello che, nelle parole di Trotsky, inaugurò «il terzo periodo degli errori dell’Internazionale Comunista».

Dopo la morte di Lenin, con l’accentuarsi delle condizioni di isolamento della Russia sovietica e del definitivo “congelamento” della rivoluzione in Europa occidentale e nel resto del mondo – e con la contestuale ripresa di quel capitalismo che fino a pochi anni prima si riteneva sul punto di soccombere all’avanzata rossa – l’Internazionale Comunista (IC) iniziò ad indietreggiare e ad attestarsi su posizioni sempre più difensive non solo rispetto ai rapporti di forza mutati, ma anche rispetto alla nuova configurazione generale dell’assetto sociale e della politica del movimento operaio che ne risultava ridefinita. Tattica e strategia dell’Internazionale iniziarono ad oscillare pericolosamente a partire dai primi importanti episodi espressione di queste difficoltà (Germania 1923), ma, a differenza del periodo precedente, giungono a divaricarsi sempre più dai principi sui quali l’IC era stata fondata.

Costretta nelle ridotte sempre più asfittiche della Russia sovietica, la rivoluzione proletaria subisce un’involuzione i cui aspetti e le cui ricadute oggettive sono sempre più spesso e sempre più inequivocabilmente il contraltare di impostazioni e scelte soggettive errate. Se il lato soggettivo è sempre dialetticamente rispondente a quello oggettivo, e da esso determinato, nel caso dell’IC dalla metà degli anni ‘20 l’incidenza negativa assunta in questo contesto dall’azione cosciente dei dirigenti (Stalin, Zinoviev, Kamenev, Bucharin) acquista un peso specifico sempre maggiore.

A partire dal 1927 il Partito Comunista Russo, in mano a Stalin e Bucharin, compie un sostanziale passo in avanti in direzione di questa involuzione: dopo anni di implacabile lotta interna, per la prima volta vengono espulsi e allontanati dalle sue file coloro che fino a poco prima ne erano stati massimi dirigenti: Zinoviev, Trotsky, ecc. È un punto di non ritorno. È il trapasso alla degenerazione, che a partire da quel momento (non certo il primo segnale della mutata situazione) vedrà l’IC e i suoi partiti scendere uno a uno i gironi infernali che condurranno dagli errori agli orrori, dai tradimenti ai crimini.

Il sesto congresso è quello che inaugura il “periodo” a partire dal quale la degenerazione non si arresterà né avrà più limiti. Le oscillazioni dell’IC avevano portato nel 1926-1927 a cedimenti opportunisti e alla collaborazione di classe (comitato anglo-russo, Cina), con effetti disastrosi sul movimento comunista. Nel 1928 si decide invece di sterzare “a sinistra”, di cambiare orientamento di 180 gradi: si pone fine non solo alla collaborazione con la borghesia (fino a un certo punto), ma anche a quella con i partiti socialisti e socialdemocratici; si abbandona definitivamente il fronte unico delle organizzazioni di classe; si teorizza l’equivalenza «di fatto» tra socialdemocrazia e fascismo (il “socialfascismo”). Tutte queste scelte poggiano su una precisa base di analisi e di prospettiva politica: aggravarsi della situazione dell’economia capitalista mondiale, radicalizzazione delle masse, imminenza della rivoluzione e presa del potere da parte della classe lavoratrice in Europa (che un’altrettanto imminente guerra, insieme all’aggressione imperialista all’URSS avrebbe reso non solo necessaria, ma non rinviabile). Anche queste analisi – tanto quanto l’orientamento politico che ne conseguiva - erano in completa contraddizione con le analisi del 1926-’27, che vedevano l’economia capitalista in una fase di stabilizzazione e consolidamento.

Il VI congresso (luglio-settembre 1928) e il decimo Plenum del Comitato Esecutivo dell’IC (luglio 1929) sanciranno questa nuova analisi e questa nuova linea politica. Non solo la sanciranno, ma la “blinderanno”. Nel senso che nell’Internazionale di Stalin, a differenza dell’Internazionale di Lenin, non sono e non saranno più ammessi dissensi, diversità di opinioni, possibilità di critica. L’unico dissenso ammesso è quello personale nei confronti di sé stessi: l’esercizio delle umilianti autocritiche dei singoli militanti diventa frequente pratica formale. Bisogna che i partiti si adeguino alla linea dell’Internazionale, e che l’Internazionale si adegui alla linea di Stalin. E che questa linea sia applicata senza riserve e incondizionatamente, a prescindere da un’eventuale diversa analisi e convinzione, o perfino contro di essa.

Ed è proprio questo il caso del partito italiano.
Togliatti e la maggior parte del gruppo dirigente che si trova a guidare il partito (dopo l’ondata di arresti che alla fine del 1926 privarono il PCd’I di Terracini, Gramsci e molti altri dirigenti) erano stati inizialmente scettici nei confronti dell’analisi e delle nuove parole d’ordine emerse nel VI congresso del 1928. Risulta perfino che, entro i limiti di cui disponessero in un ambito già largamente compromesso in termini di democrazia e libertà interna come quello di quel congresso, i dirigenti italiani (e Togliatti in primis!) provarono ad introdurre elementi di problematizzazione e di distinguo rispetto alla nuova linea, richiamandosi principalmente all’elaborazione e alla politica passata, che era stata negli anni immediatamente precedenti quella che aveva caratterizzato l’Internazionale guidata dal blocco Stalin-Bucharin (1926-1928). Proprio all’ombra di Bucharin, infatti, Togliatti gestì la linea successiva al congresso di Lione e i rapporti fra il partito italiano e Mosca, nel periodo in cui si trovò a dirigerlo e a rappresentarlo di persona presso l’IC.

Ma con la svolta del 1928, come abbiamo visto, la situazione cambia, e sotto il maglio di Stalin si piegano uno a uno dapprima tutti i dirigenti del partito russo, poi i dirigenti dell’IC e i dirigenti nazionali (quelli, ovviamente, che non erano ancora incorsi nell’espulsione, come ad esempio Trotsky). Anche Togliatti, burattino di stagno, si piega. Precisamente tra l’estate del 1928 e quella del 1929 (il periodo che intercorre tra il VI congresso e il X plenum), si sbarazza senza troppe tribolazioni delle perplessità e delle divergenze che aveva timidamente manifestato, e accetta pienamente il nuovo corso.

Non è sulla base della convinzione e dell’adesione razionale che Togliatti accetta la svolta, ma sulla base del passivo adattamento alla linea vincente, alla quale sacrificherà autonomia di giudizio, prassi e alleanze interne. Togliatti “sta” con Bucharin quando Bucharin vince (in alleanza con Stalin), e “sta” con Stalin quando Bucharin perde (contro Stalin). Trotsky dirà: «Ercoli si affrettò a dimostrare che la verità gli è cara, ma che Molotov gli è ancora più caro» [1].

Ma l’opportunismo di fondo di Togliatti, che ispira l’intero suo percorso politico e che dà miglior prova proprio in questo frangente, dovrà fare i conti con le resistenze all'interno del partito italiano. E con chi, nel partito italiano, si opporrà fino in fondo al “terzo periodo di errori”, seppure dapprima in maniera inconsapevole, parziale e distorta.

Ma se le svolte e gli zig-zag precedenti dell’IC e dei suoi partiti erano stati il riflesso di errori, e la lotta contro di essi era ancora in una certa misura consentita, a partire dal X plenum tutto ciò viene ad avere un peso e una fisionomia qualitativamente diversi, «prodotto di una crisi internazionale di tutte le sezioni dell’IC, dovuta all’emergere dell’imposizione della politica staliniana nel Comintern, fatto che trovò un valido strumento nel soffocamento prima, e nel tentativo di annientamento poi, di ogni parvenza di democrazia interna» [2].

Con il VI congresso dell’Internazionale Comunista (IC) nel 1928 e, in maniera più organica e definita, col X Plenum del Comitato Esecutivo dell’IC nel 1929, il movimento comunista mondiale sancisce una "svolta" verso una nuova linea politica. La nuova politica era imperniata sulla valutazione dell’avvicinarsi di una situazione rivoluzionaria in Occidente conseguente a una crisi senza precedenti del capitalismo. Questa crisi (siamo nel periodo del crollo di Wall Street del 1929) era interpretata dai dirigenti dell’Internazionale, ormai interamente in mano alla frazione staliniana, come la crisi risolutiva del regime capitalistico, che creava le condizioni oggettive per una fase «rivoluzionaria acuta» (nei termini dell’IC) nella quale i partiti comunisti avrebbero dovuto apprestarsi a guadagnare le posizioni che avrebbero permesso loro di dirigere la classe operaia alla vittoria sulla borghesia e alla presa del potere. Questa analisi veniva formulata, senza differenziazioni, per tutti i paesi capitalisti avanzati. Nessuna particolarità delle diverse situazioni nazionali veniva presa in considerazione (crisi della repubblica di Weimar in Germania, fascismo in Italia, estrema debolezza dei comunisti in Gran Bretagna ecc.), e tutte le condizioni di partenza venivano ricondotte ad una "sintesi" quantomeno forzata, che escludeva in partenza persino la possibilità di sviluppo differenziato delle presunte situazioni rivoluzionarie.

A partire da questa analisi, sul terreno pratico la "svolta" si concretizzò nell’imposizione ai vari partiti dell’Internazionale di misure organizzative atte (in teoria) a rinforzare e intensificare l’attività e il lavoro dei partiti stessi, proprio in vista della maturazione di situazioni rivoluzionarie e preinsurrezionali, giudicate «immediate».

Per il Partito Comunista d’Italia la "svolta" del "terzo periodo" significò non solo l’abbandono dell’impostazione politica assunta dal congresso di Lione, ma l’adozione di una linea che revocò perfino gli aspetti analitici e pratici dell’azione compiuta, sotto la guida dello stesso Togliatti, fino a pochi mesi prima.

La svolta della sezione italiana dell’Internazionale, infatti, trovò attuazione in un arco di tempo assai ristretto, a cavallo fra il 1929 e il 1930, e si concretizzò sostanzialmente nella decisione di ritrasferire in Italia l’apparato e il grosso degli organismi dirigenti del partito, costretti all’esilio a Parigi dalle leggi eccezionali del fascismo e dalla repressione del regime (repressione che già vedeva, nel 1929, marcire nelle prigioni fasciste migliaia e migliaia di comunisti, e fra di essi dirigenti di primissimo piano come Gramsci, Terracini, Scoccimarro). Il trasferimento in Italia del centro dirigente era considerato una misura necessaria e inaggirabile, legata alla prospettiva politica nuova alla quale si predisponeva l’Internazionale stalinizzata, prospettiva - ricordiamo - secondo la quale era imminente una crisi del capitalismo superiore a quella del periodo 1917-1920, che avrebbe portato i partiti comunisti a uno scontro frontale e senza mediazioni con la borghesia, ponendo così la questione del potere all’ordine del giorno.

Fu proprio questo risvolto organizzativo, ma che assunse ben presto uno spessore politico, che all’interno del massimo organo di direzione politica del partito italiano, l’Ufficio Politico, fece emergere una spaccatura verticale insanabile fra la direzione staliniana di Togliatti da una parte (insieme a Grieco, Longo, Secchia e Camilla Ravera), e Tresso, Leonetti e Ravazzoli dall’altra. I "tre", come sarebbero stati chiamati in seguito, si differenziarono dal resto dell’UP perché non ritenevano fondata la visione dell’incipiente rottura rivoluzionaria, pur ritenendo le masse sulla via della radicalizzazione. Da ciò ne conseguiva una loro netta opposizione alla modalità attraverso la quale giungere a reintrodurre gli organismi dirigenti e l’apparato del partito in Italia (“progetto Gallo”), modalità che ritenevano avventurista (avrebbe esposto il partito a una rapida e inevitabile decapitazione da parte del fascismo, ciò che poi regolarmente avvenne, a pochissime settimane dal rientro) e sbagliata dal punto di vista metodologico, perché implicava l’apporto esclusivo del centro del partito nel lavoro di base, secondo un’ipotesi "sostitutista" che minava ed impediva il rafforzamento della base già operante in Italia attraverso un intervento volontaristico di direzione in loco da parte degli organismi dirigenti.

Ciò che però ben presto emerse da questa diversa impostazione fu la natura politica della svolta, che la sua traduzione organizzativa lasciava trasparire solo in parte. Ciò che faceva da sfondo alla svolta fu infatti un indirizzo politico che nell’“armare” i partiti (formalmente, l’Internazionale) in vista della battaglia finale per la presa del potere (a partire da un’analisi "catastrofista" della situazione nient’affatto rispondente alla realtà, come già allora veniva da più parti segnalato), lo disarmava non solo della strategia leninista della conquista della maggioranza del proletariato, ma di tutto l’armamentario tattico che l’Internazionale aveva elaborato nei suoi primi quattro congressi e che costituiva la direttrice di sviluppo sia dei partiti comunisti che dei rapporti di questi con l’insieme della classe e del proletariato, attraverso le diverse fasi che videro tanto l’avanzata quanto il ripiegamento dell’ondata rivoluzionaria seguita alla Rivoluzione russa.

Da questo punto di vista, Tresso, Leonetti e Ravazzoli, partendo da una diversificazione che all’inizio (1929) riguardò esclusivamente l’analisi della situazione italiana e la difformità di giudizio sulla evoluzione della linea del PCd’I prima e dopo il VI congresso del Comintern, giunsero ad allargare la critica, nei fatti, all’insieme della strategia che la svolta metteva in campo, e a rintracciare attraverso questa critica la sostanza vera della contrapposizione fra la politica staliniana e quella di chi in quel momento rappresentava la più energica alternativa alla degenerazione dell’Internazionale, cioè l’opposizione trotskista.

È stato da più parti osservato che i motivi e le argomentazioni dell’opposizione dei tre alla svolta non furono affatto chiari e coerenti. Se ciò risulta essere vero, lo è in misura in cui l’opposizione dei tre fu condizionata innanzitutto dal contesto nazionale nella quale la svolta ricadeva (l’Italia fascista e il PCd’I esiliato e privo di un centro dirigente davvero omogeneo), che rifletteva solo in parte la vera portata, internazionale, dello scontro che già da tempo si era aperto nel partito russo e che adesso vedeva coinvolti tutti i partiti.

I limiti dell’azione dei tre consistevano nel fatto che inizialmente essi non si opposero all’IC e a Stalin, ma solo alla maggioranza italiana (maggioranza dell’UP e del CC) e a Togliatti in particolare, al quale muovevano accuse di opportunismo per essersi convertito prontamente alla svolta a sinistra mentre per tutta una fase era stato sostenitore di una linea "moderata", la stessa linea che ora veniva condannata dall’Internazionale. I tre si ponevano, quindi, come oppositori dell’opportunismo togliattiano per conto e sulla base di una malintesa "svolta a sinistra" dell’Internazionale, che essi interpretavano come ritorno alle posizioni bolsceviche dell’inizio degli anni ‘20, almeno fino al V congresso dell’IC. «Tresso approvò entusiasticamente il nuovo corso dell’Internazionale e la lotta che questa conduceva contro le correnti di «destra» presenti nei diversi partiti comunisti; egli ritenne però necessario far precedere il nuovo orientamento da un profondo processo d’autocritica che mettesse in luce gli errori compiuti dall’intera direzione del PCI influenzata da Tasca dal 1927 in poi» [3].

Il processo di autocritica da parte di Togliatti e della dirigenza italiana non ci fu e non poteva esserci, ovviamente. Così come, d’altra parte, i connotati che andava assumendo la svolta chiarirono progressivamente che non si trattò di certo di una rigenerazione "su basi leniniste" dell’Internazionale. Al contrario. Ma nel momento in cui l’opposizione dei tre prende piede, «nel quadro deformante di tale situazione (cioè la situazione di soffocamento dell’Internazionale ad opera dei metodi burocratico-terroristici di Stalin e dei suoi fedeli, nda) [..] gli oppositori della svolta non sono neppure sfiorati dal dubbio che si possa e si debba contestare la linea dei dirigenti dell’Internazionale al fine di assicurare coerenza e profondità alla lotta contro quella che essi ritengono una seria involuzione politica del PCd’I» [4].

Ciò che fece maturare le posizioni dei tre, ed allargare il loro angolo visuale, fu proprio l’opera e gli scritti di Trotsky contro la svolta stalinista del 1929. Da qui la loro concomitante decisione, una volta stabilita l’impossibilità di "raddrizzare" il partito, di prendere contatti con l’Opposizione di Sinistra Internazionale, e con Trotsky in persona, espulso dal partito ed allontanato dall’Unione Sovietica. Fin già dal primo avvicinamento emergerà negli oppositori italiani tutta una serie di punti di tangenza e una larga comunanza di presupposti, come testimoniano la prima lettera dei tre a Trotsky e la sua risposta.

L’espulsione dei tre dal partito, giunta prima ancora che essi potessero mettere in atto qualsiasi tentativo di lotta contro la maggioranza di Togliatti, segna l’atto di nascita ufficiale del movimento trotskista italiano, per lo meno nel senso della presenza di un gruppo organizzato di compagni, in realtà pochissimi, che si richiameranno fin dall’inizio degli anni ‘30 alla figura del grande rivoluzionario russo e si legheranno alla battaglia internazionale che egli conduceva in quel periodo per rigenerare l’IC e salvarla dalla degenerazione staliniana.



Note:

[1] L. Trotsky, Scritti 1929-1936, Milano, 1968, p. 341
[2] Giancarlo De Regis, La «svolta» del Comintern e il comunismo italiano, Roma, 1978, p. 83
[3] Eros Francescangeli, L’incudine e il martello, p. 45. Vedi anche: Paolo Casciola, Giorgio Sermasi, Vita di Blasco
[4] Michele Salerno, L’opposizione nel PCd’I alla svolta del 1930

Sergio Leone

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