La lotta delle donne

Sviluppare il femminismo anticapitalista in una direzione rivoluzionaria

Note di critica al Manifesto del femminismo per il 99%

13 Agosto 2019
femm99


Il movimento femminista è attualmente uno dei grandi protagonisti sullo scenario internazionale delle mobilitazioni (sociali) di massa.
Partendo da contesti ed esperienze nazionali anche molto diversi tra loro, è riuscito in poco tempo a creare una rete internazionale e a raggiungere l'obiettivo della proclamazione dello sciopero internazionale delle donne per la giornata del 8 marzo, a partire dal 2017, tornando così a ricaricare di significato quella storica data, ormai svuotata da ogni contenuto di lotta, nata all'inizio del Novecento dall'impegno di eminenti compagne socialiste e comuniste (come Clara Zetkin, Luise Zietz, Rosa Luxemburg, Alexandra Kollontaj...) nella lotta di emancipazione delle donne.
Un movimento che correndo da Nord a Sud e da Est ad Ovest (non solo gli scenari centrali di Argentina, Brasile, Cile, Stati Uniti, Italia, Spagna, Polonia, Irlanda.. ma fino a 60 paesi coinvolti), e presentando differenziati livelli di coscienza e diverse direzioni, esprime una linea progressiva anche nel posizionarsi contro gli attacchi attuati dalle classi dominanti e nella ricerca di una confusa alternativa. Il tutto non senza problematicità.

In questa cornice e in questo dibattito, il Manifesto del femminismo per il 99% (Femminismo per il 99% - Un manifesto), scritto da Aruzza, Bhattacharya e Fraser, marca il terreno nel confronto internazionale, rappresentando la risposta di un'influente “visione” femminista tra le più a sinistra. Il Manifesto, uscito nel 2018 e pubblicato in diverse lingue, ha riscosso fin da subito un buon successo nella distribuzione.
Molti i contenuti da apprezzare, a partire dalla critica al femminismo liberale (che neanche è utile alle stesse donne delle classi superiori al fine della propria piena emancipazione, visto che trovano l'ostacolo dell'ideologia della propria classe) fino all'auspicio dell'alleanza del movimento femminista con le «correnti anticapitaliste, di sinistra, di tutti quei movimenti che sostengono il 99%», visto che vengono identificate nel capitalismo le radici delle varie oppressioni di cui soffrono settori subordinati dell'umanità, tra cui chiaramente le donne.
Il femminismo del 99% si presenta infatti come un femminismo anticapitalista. Ma proprio su questo punto è necessario andare a sciogliere alcuni nodi, e capire di che anticapitalismo si parla (tenendo ugualmente a mente che anticapitalista non è sinonimo di rivoluzionario).

Come balza subito agli occhi, a partire dal titolo, si è fatta la scelta di usare il termine del “99%” (della popolazione) come categoria di riferimento per i settori subalterni della società, ai quali anche noi apparteniamo. Pur rappresentando un termine nebuloso, al quale sarebbe da prediligere in alternativa termini e riferimenti scientifici quali "classe lavoratrice", o "proletari", o casomai "sfruttati", o "oppressi", possiamo capire che questa scelta possa essere dovuta all'esigenza di allacciarsi a degli interlocutori di nuova generazione, attraverso quindi una sorta di popolarizzazione dei termini scientifici. Ma l'uso del “99%” va ben oltre. Come vedremo, va ad assumere proprio la valenza di un riferimento interclassista.

Il Manifesto, se da un lato esplicita giustamente e molto positivamente che «il problema alla radice è il capitalismo», dall'altro lato contiene una continua ed eccessiva narrazione di colpe e responsabilità addossate (erroneamente) precisamente al neoliberismo (particolare «forma di capitalismo») che ha l'effetto di richiamare in mente strategie “antiliberiste” correttive tipiche della sinistra riformista, e quindi a far erroneamente immaginare la possibilità dell'esistenza di un capitalismo buono contrapposto ad uno cattivo (quello predatore e della grande finanza). Con questo non si vuole dire che il Manifesto si posizioni per questo ultimo schema, viste le chiare esplicitazioni che fa («vogliamo identificare e affrontare direttamente la vera origine della crisi e della povertà: il capitalismo»; «Il femminismo per il 99% non è solo antineoliberista, è anche anticapitalista»), ma si vuol far notare solamente che, con l'uso di queste differenti declinazioni, apre delle ambiguità e lascia alquanto confusi in alcuni passaggi.

Tanto per essere chiari, è vero che in questa fase stiamo conoscendo internazionalmente un inasprimento, rispetto al passato, degli attacchi ai diritti sociali, civili e democratici, degli attacchi alle condizioni di lavoro e più in generale alle condizioni di vita, che vanno a colpire direttamente le varie e differenti soggettività oppresse, e sempre più oppresse. Un inasprimento esponenziale dovuto alle politiche di austerità e alla lotta di classe condotta dal padronato (che necessita mantenere saggi di profitto). Ma il colpevole di tutto questo non è il modello neoliberista, bensì il capitalismo e la sua crisi congenita. Allo stesso modo, al di fuori della crisi e dell'inasprimento dell'attacco generale, è ancora il capitalismo il responsabile dell'oppressione storica delle classi e delle soggettività subalterne.

È possibile che queste ambiguità ed incognite siano anche conseguenza di un testo scritto a sei mani. Del resto anche per altri concetti, anche centrali, presenti nel libro, si incontrano differenti sfumature.
Se il "femminismo del 99%" dice di essere un femminismo anticapitalista, dall'altro lato non è un femminismo di classe. Infatti è del 99%. Meglio: «il femminismo per il 99% abbraccia la lotta di classe» (non si fonda su essa, come dovrebbe) in un «differente orientamento di classe», perché si dice che occorre «ripensare com'è composta la classe e cosa includere nella lotta di classe».
Ma qui non si tratta, giustamente, di voler concepire una classe lavoratrice fuori da un approccio riduzionista, quindi includendo oltre l'esercito attivo (i lavoratori salariati propriamente tali), l'esercito di riserva (i disoccupati); non si tratta nemmeno, giustamente, di identificare la classe lavoratrice, fuori da concezioni ristrette (operai industriali), con l'intero proletariato e al massimo con chi, pur non essendo ufficialmente lavoratore dipendente, si immedesima in esso vivendo le stesse sue condizioni sociali. Non si tratta neanche, giustamente, di concepire la lotta di classe al di fuori delle rivendicazioni salariali nel proprio posto di lavoro. Il Manifesto fa ben altro, va ben oltre: «ampliando innanzitutto l'idea di quel che bisogna considerare come 'lavoro'. Rifiutando di limitare questa categoria al lavoro salariato». Andando ad annacquare e snaturare così il reale concetto di classe lavoratrice, e di lotta di classe, perché intende parificare e fondere il lavoro salariato con il “lavoro riproduttivo”.

La riproduzione sociale, e con esso il “lavoro riproduttivo”, rappresentano infatti la chiave di volta del "femminismo per il 99%", come del resto per l'attuale movimento femminista internazionale. Per “lavoro riproduttivo” si intende l'ambito degli sforzi, non retribuiti dal capitale, tesi al sostentamento, alla cura, allo sviluppo e al benessere della propria persona o della propria famiglia o comunità. Processi di “produzione” di persone, “condizione necessaria al lavoro produttivo”, di cui beneficerebbe il capitalismo; ma «il capitale si rifiuta di pagare i costi riproduttivi della sua forza lavoro».
Da qui viene l'unificazione del lavoro salariato con quello riproduttivo, perché «l'istituzione capitalista del lavoro salariato nasconde qualcosa in più del plusvalore».
«Una volta compresa la centralità della riproduzione sociale nella società capitalista, non possiamo più considerare la classe nella maniera convenzionale. Contro la visione tradizionale, nella società capitalista a costituire la classe non sono solo le relazioni che sfruttano in maniera diretta il 'lavoro' ma anche le relazioni che lo producono e lo reintegrano». Il femminismo del 99%, così, vuole rompere il legame tra lavoro salariato e processo di estrazione e valorizzazione di plusvalore, sconfinando in qualcosa di più ampio fuori dal processo di accumulazione di capitale. Al pari del lavoratore, «è ugualmente centrale chi non riceve alcun salario in cambio del proprio lavoro [riproduttivo]». Ma così salta anche il vero classismo. Infatti «il femminismo per il 99% cerca di andare oltre le opposizioni, note e ormai datate, tra "politica dell'identità" e "politica di classe"».
Ma il capitalismo non si beneficia (direttamente) del lavoro riproduttivo (essendo fuori dal processo di estrazione e suddivisione di plusvalore), non si accumula e non si riproduce su questo. Ogni altra operazione significa sovrapporre differenti piani. I confini reali del lavoro riproduttivo, peraltro, dovrebbero comprendere l'intero ambito extralavorativo e oltre, dall'attività sportiva per mantenersi sani e in forma all'attività culturale individuale, alle relazioni personali e allo svago per mantenere un equilibrio mentale, ecc., fino appunto all'ambito ambientale, che include il mantenimento di un ambiente ed un territorio sani: altri fattori senza i quali il lavoro produttivo e la produzione di profitto non potrebbero esistere, ma di cui il capitale non ne tiene conto. Un punto di vista, quello della riproduzione sociale così intesa, che in realtà va a sminuire quello che vorremmo sottolineare: il ruolo dell'oppressione della donna.

Inoltre è proprio il salario, come scritto nel Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels, che è pensato per coprire “le spese che causa l'operaio [che] si limitano quasi esclusivamente ai mezzi di sussistenza dei quali egli ha bisogno per il proprio mantenimento e per la riproduzione della specie” (Il Manifesto del partito comunista).
Il proletario per mantenersi in vita vende proprio a questo prezzo la sua forza-lavoro come merce (ed è per questo che i comunisti lottano per la fine del lavoro salariato e in prospettiva per la scomparsa del denaro).
Ma se si parla di lavoro di “riproduzione sociale” come “lavoro non retribuito dal capitale”, e poi giustamente si dice che «da tempo una parte del lavoro riproduttivo è già stata mercificata, anche se non tanto quanto ai nostri giorni», significa trattare la questione semplicemente da un punto di vista del consumatore. La crescita e l'espansione del mercato, fino al raggiungimento ormai di quasi ogni sfera possibile di produzione di beni e servizi, rappresenta dal punto di vista storico dell'umanità un progresso, reso possibile dal capitalismo. In tempi antichi l'ambito del “lavoro di riproduzione” non remunerato raggiungeva dimensioni ben maggiori, anche in epoche in cui non c'era il capitalismo e l'estrazione di plusvalore dal lavoro di produzione. Il fatto che un dato sistema di produzione e il suo mercato abbia permesso di poter comprare il pane già fatto al mercato, e quindi sottrarlo dall'ambito del “lavoro riproduttivo” (dove fino ad un tempo è stato confinato), rappresenta un aspetto positivo e di progresso. Non è che il sistema anteriore dovesse riconoscere quel lavoro riproduttivo svolto precedentemente: semplicemente ne era estraneo, poi si è evoluto. Per questo motivo lavoro salariato e “lavoro di riproduzione” devono restare separati e non è possibile fonderli.

Sottolineando l'aspetto di genere di un certo “lavoro riproduttivo”, dato che viene svolto e viene fatto svolgere principalmente dalle donne, è utile evidenziare che l'apparato del patriarcato è confacente non a sostenere direttamente il capitalismo nella sua accumulazione, per massimizzare direttamente i suoi profitti, bensì, come sovrastruttura e impianto ideologico di lungo corso, è utile semmai a difendere tra le altre cose un certo tipo, una certa divisione di “lavoro riproduttivo”, un certo ruolo della donna, in grado di tenere in piedi un modello di famiglia, come cellula della proprietà privata, nucleo per la sua difesa e per la sua trasmissione, confacente alle esigenze del sistema capitalistico.
Se si riconosce, come è vero, che esiste un ambito del “lavoro di riproduzione”, un lavoro di cura che ricade essenzialmente sulle donne proletarie (e non sulle donne borghesi, le quali grazie alla disponibilità economica possono ricorrere al mercato per i beni e servizi), non si dovrà rivendicare al capitale di “riconoscerlo” (come non si rivendica al capitale il riconoscimento di spazi e garanzie per poter produrre il pane in casa), ma si dovrà farne un campo di battaglia, da un punto di vista di classe, per portare avanti una lotta per l'accesso ai servizi di cura e riproduzione, una lotta per la loro socializzazione (e senza sconfinare in operazioni di riconfigurazioni di categorie scientifiche).

Anche per questo l'idea di un salario alle casalinghe (punto che però non viene affrontato dal Manifesto) è sbagliata. Lascerebbe la donna isolata, relegata in casa ai ruoli di cura e riproduzione che il patriarcato le impone. D'altro canto, neppure il lavoro salariato libera la donna, ma è la base necessaria per la propria emancipazione, attraverso l'indipendenza economica e la partecipazione a pieno titolo nella lotta di classe (mentre su questo il Manifesto sembra scettico). Per dire, anche il salario di cittadinanza è una soluzione infelice, visto che oltre a redistribuire il reddito e non il lavoro – e creando settori parassitari – allontana l'uomo dal centro del conflitto.

In realtà il ruolo assegnato dal Manifesto alla “riproduzione sociale”, il concetto di andare oltre il nesso del capitalismo lavoro salariato-estrazione/valorizzazione di plusvalore, richiama le teorie postoperaiste che affermano che il capitale è costretto a diffondere il processo di valorizzazione alla società, non più attraverso il lavoro salariato e l'estrazione di plusvalore, quindi, ma attraverso le relazioni della società, la mente sociale, la moltitudine... Facendo così, si rifiuta il materialismo. Si trasforma il capitalismo in un potere astratto e, anche attraverso l'idea di “sciopero sociale” (caro al femminismo per il 99%), si disegna una rappresentazione del conflitto fuori da una prospettiva realmente di classe: una coalizione interclassista tra settori del proletariato e della piccola-media borghesia, in una prospettiva democratica.

È giusto riaffermare invece che il l'istituzione capitalista si valorizza (ancora) attraverso i processi di sfruttamento del lavoro salariato, cioè dall'estrazione e valorizzazione di plusvalore (e non solo dallo sfruttamento del “lavoro produttivo” marxianamente inteso). Non da altro. E attraverso questi processi si determinano i rapporti tra le diverse classi sociali.
Per questo i lavoratori e le lavoratrici, i proletari, sono ancora i soggetti centrali per la trasformazione della società. Perché vivono direttamente le contraddizioni antagonistiche tra capitale e lavoro, ed è questo che li caratterizza come “soggetti rivoluzionari”. I rapporti sociali si cambiano infatti dentro i luoghi di lavoro, nei processi di produzione e valorizzazione, altrimenti si casca nel riformismo.
Da qui bisogna ripartire, dal classismo, dall'autonomia di classe e dalla lotta di classe. Per questo è utile ritornare al concetto (assente nel Manifesto) di doppia (o tripla...) oppressione della donna proletaria, sottomessa dal capitale in quanto lavoratrice e dal patriarcato in quanto donna, in un intreccio inseparabile che si sostiene a vicenda (il patriarcato nasce dalla società divisa in classi, e la sostiene).

Questo non vuol dire avere una visione della lotta di classe che vuole «restringersi esclusivamente al tema delle conquiste salariali sul luogo di lavoro, su salari minimi e miglioramenti contrattuali», o considerare l'ambito della “vita sociale” separato, oppure in secondo piano (che viene dopo), rispetto a quello del “luogo di lavoro”, come il Manifesto vuole giustamente evitare.
Mettere al centro la lotta di classe non significa niente di tutto questo, anzi. Ma neanche la risposta può essere quella, diametralmente opposta, che pensa che «le lotte sulla riproduzione sociale hanno guadagnato il centro della scena e costituiscono adesso l'avanguardia di progetti che possono trasformare la società da cima a fondo». Mettere al centro la lotta di classe ed il classismo significa far proprie (anche) le lotte che si esprimono nel campo della vita sociale, in quello della riproduzione sociale, nei molteplici ambiti della società, anche rendendo visibili le proprie particolarità (anche mediante forme supplementari di lotta), e ricondurre ognuna di queste lotte nei binari politici dell'autonomia di classe.
Sia per quanto riguarda la lotta per la salute, per l'educazione, per l'edilizia, per l'accesso a servizi pubblici di qualità, per i diritti, per l'ambientale... sia per quanto riguarda la lotta di liberazione delle varie soggettività oppresse da patriarcato, razzismo, sessismo, colonialismo. Perché centrale è e rimane l'antagonismo tra capitale e lavoro, ed è dal capitalismo, dalla società divisa in classi, che derivano i molteplici e differenti tipi di oppressione (sia nel lavoro che nella vita quotidiana).

Se è vero, come si ricorda, che la Rivoluzione russa è cominciata con i moti per il pane e la pace, è stato possibile distruggere il capitalismo “riportando” e “centralizzando” il conflitto e l'antagonismo nei luoghi di lavoro, grazie all'educazione dell'avanguardia, grazie all'esistenza dei soviet e grazie all'esistenza di un partito rivoluzionario, il partito bolscevico.
Mancando questa strategia, fuori dal classismo, lasciandolo al massimo come semplice elemento di una sommatoria tra femminismo, antirazzismo, ambientalismo, antimperialismo (come quando si dice, ad esempio, che «la riproduzione sociale è pertanto una questione femminista, che viene però continuamente attraversata dalle linee di faglia della classe e della 'razza', della sessualità e della nazione.»), pur risaltando positivamente il capitalismo come causa di ogni singola oppressione, l'anticapitalismo senza basi classiste fa sembrare che l'auspicio del Manifesto per l'unione tra i vari movimenti di lotta derivi più da questioni etico-morali che da dei motivi scientifici.

Quello che manca inoltre nel Manifesto femminista è la centralità, nella strutturazione dell'impianto delle tesi, delle radici dell'oppressione della donna e del ruolo storico della famiglia (questo, sebbene di rilevante importanza, è addirittura assente nel Manifesto), da cui deriva il collegamento, conseguentemente su basi classiste ed anticapitaliste, agli altri ambiti di lotta e ai differenti campi di liberazione.

Lo stesso anticapitalismo proclamato dal femminismo per il 99% appare fumoso. Se si dice positivamente che “dobbiamo allearci con le correnti anticapitaliste, di sinistra, di tutti quei movimenti che sostengono il 99%”, non si capiscono bene quali sono queste forze. Perché c'è sì la critica al femminismo liberale, la condanna del populismo reazionario e del neoliberismo progressista, ma manca una reale critica al riformismo di sinistra, manca una critica al mutualismo, manca una critica allo stalinismo.
Tra l'altro sarebbe da chiarificare, e non essere ambigui su questo, il ruolo e l'espressione della violenza nella lotta e nelle pratiche femministe ed anticapitaliste, visto che in molti ambienti purtroppo si assume che su questo il femminismo debba essere pacifista ed antiviolento.

Ma soprattutto non parla di che cos'è quest'anticapitalismo, della sua prospettiva, di che tipo di potere presuppone. Anzi si scrive che «il nostro manifesto non prescrive i contorni precisi di un'alternativa: questa deve emergere nel corso delle lotte volte a crearla». Spazzando via così, con queste parole, l'esperienza ed il portato della Comune di Parigi e del potere autentico dei soviet.
Non è un caso, allora, che dopo tutto questo, il Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels, e con questo il marxismo, dopo esser trattato in maniera superficiale, sia ritenuto superato (e liquidato): «un capolavoro letterario di cui è difficile seguire le ombre, [...] il 2018 non è il 1848». Inoltre si pensa che «la nostra epoca comprende delle linee di faglia sconosciute a Marx e Engels, come la sessualità, la disabilità, l'ecologia», quando invece sulla natura e sull'ecologia esistono diversi lavori a riguardo, mentre sulla questione della sessualità, se in Marx ed Engels la questione è assente, ci sono però diverse elaborazioni nel campo marxista, fin dalla fine dell'800 (da Bernstein, Bebel, Kautsky fino alla Kollontaj e Hirschfeld...). O ancora, si accusa assurdamente il marxismo di concepire «la classe operaia e l'umanità come entità omogenee indifferenziate e che l'universalità non si può raggiungere ignorando le differenze specifiche», quando in realtà nessuna differenza o specificità viene ignorata, ma anzi elaborata su un piano scientifico.

Occorre invece ripartire proprio dal marxismo e dal Manifesto del partito comunista, e sebbene quest'ultimo necessiti di un aggiornamento “fattibile unicamente procedendo secondo il metodo che sta alla base del Manifesto stesso” (come riconosciuto ed compiuto agevolmente dallo stesso marxismo rivoluzionario), “i passaggi fondamentali sembrano essere stati scritti ieri” ed è “proprio l'epoca dell'imperialismo che (…) consegna al Manifesto comunista il suo supremo trionfo teorico”, come scriveva Trotsky nel testo, di cui consigliamo la lettura, A novant'anni dal Manifesto comunista.
Occorre affermare, contro le varie soluzioni illusorie, un anticapitalismo reale, rivoluzionario, che mediante la lotta classista, nella molteplicità dei campi di lotta esistenti, e mediante un programma di rivendicazioni radicali e transitorie, ponga ad ogni occasione la necessità della prospettiva per l'unica alternativa possibile: il governo dei lavoratori, il potere proletario democratico per la costruzione di un sistema economico e sociale socialista (in opposizione alle esperienze funeste dello stalinismo), l'unico in grado di sconfiggere il patriarcato e liberare completamente la donna e l'umanità da ogni tipo di oppressione. L'indicazione e la realizzazione di questa prospettiva è affidata al compito di un partito rivoluzionario, quello che il Partito Comunista dei Lavoratori quotidianamente è impegnato a costruire.

Elder Rambaldi

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