La lotta delle donne

#4 Le donne, e solo loro, decidono sul proprio corpo

Per la nostra salute e autonomia!

25 Febbraio 2019

Verso l'8 marzo

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Con una totale assenza di pregiudizi di sorta, il capitalismo sfrutta fino alla fine ogni animale, ogni risorsa naturale e ogni persona a prescindere dal sesso, dalla provenienza e dall’età. Il capitalismo non è sessista né razzista. Al primo posto vengono gli interessi della classe padronale, che deve mantenere inalterati i propri profitti, e per farlo non guarda in faccia a nessuno. La classe dominante ha l’indiscusso monopolio della violenza. È per questo che viene giudicato universalmente violento picchiare qualcuno, ma non viene considerato violenza negare a qualcuno le cure di cui ha bisogno (o persino il soccorso in mare). La violenza della classe dominante è ormai culturalmente metabolizzata dalla società.

Questo tipo di violenza “silenziosa” viene perpetrato sul corpo delle donne ogni giorno: in primo luogo sul posto di lavoro, dove la salute di lavoratrici e lavoratori è l’ultima preoccupazione di tutti, padronato e burocrazia sindacale spesso connivente.

Il corpo delle donne viene inoltre fatto oggetto di violenza quando ad esse viene negato il diritto di decidere per se stesse e di gestire in autonomia la propria salute e vita sessuale e riproduttiva. Sappiamo benissimo come in Italia sia difficile ricorrere alla contraccezione di emergenza, come i consultori siano diventati preda di avvoltoi religiosi che li usano come avamposti in una guerra contro l’autodeterminazione femminile, come lo Stato borghese tagli sistematicamente le strutture atte a garantire la salute delle donne. Sappiamo inoltre quanto sia difficile ricorrere all’aborto, un diritto riconosciuto formalmente con la legge 194, ma che viene ogni giorno svuotato del suo significato grazie all’atteggiamento complice e connivente di uno Stato che tollera un’obiezione di coscienza usata da fanatici religiosi come un’arma contro le donne. Sappiamo come solo i ginecologi obiettori facciano carriera all’interno degli ospedali pubblici e sappiamo inoltre come il Vaticano abbia colonizzato le strutture sanitarie e sociali per vietare di fatto alle donne ciò che non riesce più a vietare per legge. Sappiamo inoltre quanto sia difficile vivere autonomamente e senza ingerenze la scelta di non avere figli oppure la maternità, che viene fatta costantemente oggetto di prescrizioni normative che nulla hanno a che vedere con il benessere della donna e del nascituro.

L’accesso all’anestesia epidurale, inserita nei Lea (livelli essenziali di assistenza) è un miraggio nella stragrande maggioranza degli ospedali italiani, dove la donna italica (unica nei paesi “civilizzati”) partorisce ancora con dolore biblico. La maternità è stata circondata da un certo femminismo medioevale di ritorno da nuovi dogmi new age, fatti di fiori di Bach e aromaterapia contro i dolori del parto, appoggiati apertamente dalle ASL perché sicuramente più economici per la macchina statale. In tutto ciò la donna proletaria non ha possibilità di scelta. Ma ciò naturalmente non vale per le donne borghesi, che partoriscono in cliniche superaccessoriate, in cui hanno accesso a procedure mediche, esami prenatali completi, e tutta una serie di comodità precluse alle proletarie.

Dopo il parto la situazione non migliora: la tutela della maternità è inesistente, tra ridicoli bonus e altre amenità, lo Stato borghese non fa assolutamente nulla per tutelare la scelta delle donne di mettere al mondo dei figli. Anzi, la scelta della donna di avere figli e di continuare a lavorare viene minata costantemente dalla completa assenza di un welfare di supporto (asili con orari adeguati, congedi di maternità, diritti sul lavoro, ecc.). Se da un lato si fanno ponti d’oro alla donna che decide di non abortire, alla donna che decide di avere figli e lavorare viene resa la vita ancora più difficile. Perché il punto non è l’indice di natalità, ma l’utilizzo della maternità come strumento di controllo sociale: il fine ultimo dello stato borghese è rendere la donna subordinata alla famiglia. In un modo o nell’altro (stigmatizzazione di chi non ha figli, penalizzazione della donna lavoratrice e quindi economicamente autonoma, esaltazione della maternità “casalinga”).

Perché dei figli, allo stato borghese, non importa nulla dopo che sono nati, anzi mette in piedi un business di proporzioni enormi con cui sottrae scientemente e ai fini dello sfruttamento più becero i minori dalle famiglie non abbienti per parcheggiarli in case famiglia, molto spesso gestite da enti ecclesiastici o cooperative amiche, su cui riversare una pioggia di soldi pubblici. La fine di questi minori è tristemente prevedibile: una volta raggiunti i 18 anni di età, e non avendo più diritto ai sussidi statali, gli enti “benefattori” li buttano in mezzo a una strada, a ingrossare le file del proletariato da cui provenivano.

I recenti attacchi alle donne da parte del governo Lega-M5S tradiscono il preciso disegno maschilista e retrogrado di questo governo reazionario: impedire alle donne di gestire la maternità e ricacciarle (spesso a calci) dentro le case, impedire loro di divorziare, usare i figli come arma di ricatto.

Da una parte abbiamo le chiusure e gli sfratti dei luoghi in cui le donne si aiutano (vedasi la Casa Internazionale delle donne a Roma), poi l’obiezione di coscienza che è una vera e propria pratica assassina. Il diritto all’aborto non è solo il diritto di scegliere quando fare figli, come gestire la propria sessualità e riproduzione. È anche una questione di salute. Di salute e quindi di vita o di morte (come non ricordare il caso di Valentina Milluzzo).

Il diritto all’aborto in Italia è costantemente negato e calpestato da fanatici religiosi per cui la donna è un sottoprodotto della creazione divina facilmente sacrificabile. Lo si sacrifica in ogni aspetto della sua vita, sancendo a ogni passo la sua inferiorità e subalternità. Lo si infanga, umilia e calpesta in famiglia, in società, sul lavoro. La donna è una minus habens, non finita, che serve unicamente laddove è in grado di fungere da incubatrice del seme maschile, da fattrice, da bestia per i compiti di cura e lavoro. Nella cultura cattolica la donna vale meno di un animale da soma. I cattolici rispettano la vita solo quando questa rappresenta un terreno fecondo per esercitare il proprio potere; laddove da questa crociata non possono trarre alcun vantaggio per sé, la vita cessa improvvisamente di essere sacra, anzi diviene facilmente sacrificabile: si considera sacro un grumo di cellule, ma si può tranquillamente fare morire la donna che lo ospita.

Non solo la salute delle donne viene ogni giorno minacciata dallo Stato borghese e dalla Chiesa cattolica nella sfera della contraccezione, dell’aborto, del parto, spesso le donne meno abbienti non hanno accesso anche alle procedure di screening per la prevenzione di patologie tipicamente femminili come il tumore della mammella o al collo dell’utero, oggetto recentemente di pesanti tagli. Anche in questo caso il diritto alla salute è un diritto che esiste solo per chi se lo può pagare, ossia le donne borghesi che possono accedere alla prevenzione a pagamento. Questo è il risultato delle politiche scellerate di privatizzazione della sanità: la mortalità aumenta e la speranza di vita diminuisce, mentre liste di attesa vergognose precludono la salute a chi non si può permettere le visite private.


Rivendichiamo:

- L’obiezione di coscienza ginecologica è una pratica criminale e assassina e va abolita, come vanno rimossi dai loro incarichi gli obiettori non disposti ad adeguarsi. Non è ammissibile che il personale integralista cattolico possa negare alle donne il diritto alla contraccezione, all’aborto, alla salute e anche alla vita.

- Aborto libero, gratuito e garantito. Non solo la legge 194 va applicata in tutte le sue parti, ma va abolito l’articolo 9, cancellando la possibilità di esercitare l’obiezione di coscienza. Perché, anche se recita: “L’obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario, ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo”, questo paragrafo viene costantemente disatteso. Come viene disatteso nei fatti il paragrafo successivo: “Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare lo espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8. La regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale. Il personale non si muove, e l’interruzione di gravidanza non viene garantita, in violazione costante, ripetuta, decennale della legge e dei diritti delle donne.

- Fuori i religiosi dai consultori! I consultori devono essere statali, laici e privi di ingerenze confessionali. Abrogazione di qualsiasi finanziamento statale ai consultori gestiti da cooperative religiose.

- Allargamento della rete dei consultori laici: è necessario irrobustire la rete di consultori sul territorio e ampliare la gamma di servizi che queste strutture offrono a giovani, donne, migranti. I consultori devono garantire a tutti e tutte il ricorso a informazioni sanitarie precise e attendibili, il ricorso alla contraccezione ordinaria e di emergenza e devono fungere da guida nel percorso per l’interruzione di gravidanza, assistendo in ogni modo la donna che ha deciso di abortire.

- Fine del business delle case famiglia e del fenomeno della sottrazione dei minori alle famiglie proletarie a vantaggio di cooperative ed enti ecclesiastici. Spesso cooperative private ed enti ecclesiastici speculano sui migranti, sui minori in difficoltà, sulle dipendenze e invece di svolgere un servizio socialmente utile rappresentano esclusivamente un ulteriore canale di sfruttamento delle classi subalterne.

- Cancellare qualsiasi erogazione alla sanità privata: la sanità, la ricerca e l’assistenza devono essere pubbliche e devono essere sottratte agli interessi del capitalismo; deve essere cancellata la libera professione intramoenia, con cui i medici sfruttano le strutture pubbliche per arricchirsi e garantire maggiori servizi solo a chi se li può permettere.

- Il servizio sanitario pubblico deve garantire un’estensione e potenziamento dei programmi di screening pubblici ora in ridimensionamento (tumore al collo dell’utero, mammella ecc.). La prevenzione è un diritto di tutti e tutte.

Partito Comunista dei Lavoratori - commissione oppressioni

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