Dalle sezioni del PCL

I problemi della rivoluzione in Sardegna, ieri e oggi.

28 Novembre 2011

I problemi della rivoluzione in Sardegna, ieri e oggi.

La storia

Le classi rivoluzionarie in Sardegna non sono mai mancate agli appuntamenti rivoluzionari. Nel 1793-96 la borghesia, i plebei ed i contadini sardi cercarono di rovesciare il regno di Sardegna ed il suo regime feudale-assolutista. La questione della sovranità nazionale nasce con la sconfitta della rivoluzione antifeudale, antiassolutista e repubblicana. I Savoia con le leggi che abolirono il regime feudale - la privatizzazione delle terre comuni e la liberalizzazione delle colture agricole “compresa quella del tabacco” (legge delle chiudende, ottobre 1820) e la liquidazione con indennizzo dei feudi - si assicurarono la fedeltà della borghesia agraria. Dall’alto fu attuato quello che non fu realizzato dal basso. Con la ‘Fusione perfetta’ del 29 novembre del 1847 la costituzione del Regno di Sardegna fu abolita e l’isola fu annessa agli stati sabaudi secondo il modello amministrativo piemontese.
L’esplosione rivoluzionaria dell’ottobre del 1917 incendiò anche la Sardegna. La piccola borghesia intellettuale e i contadini ex soldati risposero nel 1919-20 occupando terre, assaltando municipi e scontrandosi con i carabinieri e la guardia regia. Il programma repubblicano sardo si adeguò alla nuova situazione storica: il rovesciamento del regime monarchico per dar vita ad una repubblica autonoma nel quadro della repubblica federale italiana. Per la direzione repubblicana del Partito Sardo d’azione questa era la forma politica che poteva liberare la Sardegna dai patti agrari semifeudali e mettere fine al controllo dei monopolisti continentali sulla produzione industriale e su quella del settore lattiero-caseario e cerealicolo. Dal 1919 al 1922 i contadini e i pastori occuparono le terre e gli operai delle miniere e del settore manifatturiero lottarono con gli scioperi e molti di loro volevano “fare come in Russia”.
Nelle due crisi rivoluzionarie, gli errori delle direzioni furono talmente gravi che le rivoluzioni furono sconfitte. La direzione angioyana non fu determinata nella lotta rivoluzionaria per l’abbattimento del regno di Sardegna e la fondazione della repubblica. Non ci fu un atto rivoluzionaria pari a quello della nascita dell’assemblea costituente francese del 17 giugno 1789, i tre stamenti (gli organismi rappresentativi del regime feudale del Regno di Sardegna) continuarono ad esistere, non ci fu nessuna assemblea costituente rivoluzionaria fondativa. La borghesia rivoluzionaria sarda non adottò nessuna tassazione e nessuna confisca rivoluzionaria. Quando nel giugno del 1796, nei dintorni di Oristano, le truppe dei Savoia sbarrarono la strada alle bande armate angioyane del Capo di Sopra, in strada per Cagliari, i capi rivoluzionari fecero la ritirata.
Nel biennio rosso una politica proletaria rivoluzionaria della direzione del PSI verso il movimento degli ex combattenti era impensabile dal momento che non ne avevano una per le masse contadine del mezzogiorno e delle isole. La direzione del PSI, riformisti e massimalisti, era intrisa di sviluppismo nordista e coloro che, come Salvemini, la criticavano erano dei meridionalisti interclassisti.: “i comunisti torinesi reagirono energicamente…contro la cricca di scrittori della cosiddetta scuola positiva, come i Ferri, i Sergi, i Niceforo, gli Orano e i seguaci minori….Proprio a Torino, dove i racconti e le descrizioni dei veterani della guerra contro il “brigantaggio” nel Mezzogiorno e nelle Isole avevano maggiormente influenzato la tradizione e lo spirito popolare. Reagirono energicamente, in forme pratiche, riuscendo ad ottenere risultati concreti di grandissima portata storica, riuscendo ad ottenere, proprio a Torino, embrioni di quella che sarà la soluzione del problema meridionale” (Gramsci). Ma le posizioni di Gramsci erano isolate nel Partito Socialista.
La linea della Repubblica sarda degli operai, dei pastori e della Federazione soviettista d’Italia fu presentata con modalità sbagliate(1) al V congresso del Partito Sardo d’Azione (24 settembre del 1925). Il risultato fu un fronte unico mancato. Nel congresso una parte dei sardisti era favorevole ad un fronte con i comunisti. Molti nel PSdAz la pensavano come Renato Atzeri, il giovane chimico sardista ed ex legionario fiumano, che nel novembre 1922 aveva salvato Lussu dai proiettili della guardia regia: “Ho letto sui giornali dell’invito che il partito comunista ha rivolto a vari partiti, fra i quali il nostro. Credo che non ti spiaccia conoscere il mio pensiero in proposito. Vedrei molto di buon occhio che ad un tale accordo si arrivasse, sia pure si dovesse perdere in un primo tempo qualche simpatia in qualche strato sociale che non può né deve interessarci…Oggi più che mai dobbiamo essere convinti della necessità dell’urto violento per arrivare alla fine di questo stato di cose. Il fascismo non finisce che sulle barricate. Se così è, in quel giorno speriamo prossimo, noi dovremo trovarci gomito a gomito coi comunisti, e certo non li respingeremo… Fra i due raggruppamenti, uno, l’Aventino, che va a patire grazie al re e ancora oggi proclama la sua devozione alla dinastia, ed uno che spera solo nelle masse dei cittadini… è infinitamente più simpatico il secondo”.

Per la direzione operaia del movimento rivoluzionario in Sardegna

Nella riunione di Cagliari dell’11 novembre a Cagliari Marco Ferrando ha riassunto la situazione della lotta di classe in Sardegna come punto di concentrazione dell’oppressione del capitale finanziario su tutti i settori delle classi subalterne in Sardegna, a cui, però, corrisponde una opposizione e mobilitazione sociale. L’ultima è stata quella del corteo dei sessantamila scioperanti a Cagliari, l’11 novembre scorso. Anche in quell’occasione abbiamo condotto la nostra lotta contro la burocrazia sindacale, dietro il nostro striscione con la parola d’ordine “se ne vadano tutti, governino i lavoratori”. Questa nostra parola d’ordine è conosciuta da tutte le componenti del movimento indipendentista ed, in particolare, da A Manca pro s’Indipendentzia –organizzazione comunista indipendentista. I comunisti sardi ritengono che la liberazione dall’oppressione presente e da quella storica e la conquista della sovranità nazionale del popolo sardo, saranno possibili solo con un governo dei lavoratori, cioè con la dittatura del proletariato rivoluzionario in Sardegna, nel continente ed in Europa. Quello che tutte le componenti del movimento indipendentista rimuovono e che noi comunisti al proletariato sardo proponiamo di lottare per il governo dei lavoratori in Sardegna e in tutti gli stati dell’UE, l’unico modo per rovesciare lo stesso colonialismo di cui parlano gli indipendentisti. Gli indipendentisti rimuovono che per noi comunisti la conquista di un governo dei lavoratori in Sardegna può avvenire se tutti i posti di lavoro dalle fabbriche alle banche vengono messe sotto il controllo diretto dei lavoratori, se i nostri paesi vengano posti sotto il controllo delle assemblee popolari in un dualismo dei poteri che precede la lotta aperta per la conquista del potere.
Gli indipendentisti rimuovono la questione della alleanza con la classe operaia che noi abbiamo esposto al movimento dei pastori in centinaia di volantini distribuiti nelle giornate di lotta indette da quest’ultimo: sono gli operai che producono i trattori, le mungitrici ed i mangimi etc, etc., senza un’alleanza con loro i pastori non possono mettere sotto il controllo popolare l’intero settore lattiero-caseario, senza di loro il movimento dei pastori non può rovesciare il potere dei banchieri, espropriare e centralizzare il sistema creditizio.
Proprio per queste rimozioni gli indipendentisti concepiscono la conquista della sovranità nazionale come il risultato di una trattativa con lo stato centrale. Contrariamente a loro, per i sardisti, dal 1919 al 1925, la conquista della sovranità nazionale poteva avvenire con il rovesciamento dello stato monarchico postunitario e la fondazione di una repubblica federale italiana. Per questa ragione i sardisti ed i militanti del partito di Gramsci, di Lenin e di Trotsky si sforzarono a costruire un fronte unico. Il fronte unico dei comunisti e dei sardisti avrebbe ridato vigore al movimento operaio rivoluzionario nel continente. Da subito i sardisti individuarono nel fascismo il principale nemico del popolo sardo in quanto strumento voiolento della classe dominante : “ noi siamo insorti contro l’industrialismo settentrionale configurato col fascismo….Noi non sappiamo se nel meridione vi saranno volontà ribelli al manganello fascista, ma la Sardegna sì, la Sardegna riprenderà le armi del Piave. Scavando trincee in difesa della Sardegna, noi sentiamo di lavorare per tutta l’Italia di domani” (Camillo Bellieni). Nella lettera di Dino Giacobbe a Gaetano Salvemini dell’ottobre del 1926, che racconta la riunione segreta della direzione sardista del 29 ottobre 1922, in casa di Pietro Mastino a Nuoro alla tendenza che poco dopo fece apertamente la campagna fusionista col PNF, si contrappose quella che sosteneva che con “l’accordo monarchia fascismo “tutte le libertà saranno conculcate”, in questo caso si dovrà rispondere con la lotta armata: “ la Sardegna preservata in libertà e organizzata in difesa” diventerà il “centro di resistenza per tutta l’Italia” con “leve di massa”, combinate con azioni di sorpresa contro i principali presidi militari dell’isola e la costituzione di “comitati di salute pubblica in ogni paese” e di un “governo provvisorio di difesa”. Il rovesciamento rivoluzionario dello stato borghese postunitario fu ciò che spingeva ad un fronte unico i sardisti rivoluzionari ed i comunisti, dal 1919 al 1925. Gli indipendentisti non tengono conto delle lezioni della storia.
Se questi ultimi rifiutano le lezioni della storia, il gruppo dirigente sardo di RC rimane infognato nell’autonomismo togliattiano con cui giustifica l’alleanza col PD per la caccia ai posti di sottogoverno. Per il capo del PCI “la lotta per l’autonomia era la cornice democratico borghese entro cui si doveva limitare la lotta di classe in Sardegna. Costituiva insomma un’applicazione alla realtà sarde della formula della ‘democrazia progressiva’, così come la lotta per ‘leriforme di struttura’ e ‘l’approfondimento dei contenuti più avanzati della costituzione repubblicana’ lo furono per il complesso della realtà dell stato italiano”( Gianmarco Satta). In nome dell’autonomismo togliattiano Sandro Valentini e Giovanni Meloni hanno giustificato le loro scorribande politiche dentro RC. I trotskisti sardi si possono vantare di averli sempre considerati e dichiarati spazzatura politica. Quando denunciammo l’infame conferenza che Giovanni Meloni doveva tenere con il neofascista Mario Merlino, Valentini cercò in tutti i modi coprirlo. In nome dell’autonomismo togliattiano Sandro Valentini elogiò il dannunziano Nicola Grauso. Rifondazione Comunista sarda non è ancora uscita dalla fogna in cui è stata immersa da Sandro Valentini. L’autonomismo togliattiano costituisce, ancora, il collante ideologico che tiene insieme RC e SEL in Sardegna. In nome dell’autonomismo togliattiano, Enrico Berlinguer ed Umberto Cardia hanno prostrato, negli anni settanta, il corpo militante del PCI sardo alla DC di Antonio Giagu de Martini, di Paolo Dettori e di Pietrino Soddu. Con l’ideologia autonomista la DC. sarda ha fatto la lotta contro l’indipendenza politica del movimento operaio sardo con il risultato di disarmarlo politicamente . Per questa ragione, alla fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni’90, combattè vigorosamente lo smantellamento e la privatizzazione dell’industria pubblica ma senza nessuna visione politica, per questo fu sconfitto . Nonostante la devastazione della cultura classista del movimento operaio prodotta dall’ideologia autonomista, gli operai sardi, dalle miniere al petrolchimico di P. Torres hanno risposto con una mobilitazione di massa. Gli ascari sardi di Cossutta e Bertinotti, in quegli anni si sono impegnati a contrastare la parte classista del PRC sardo che voleva dare una direzione politica offensiva a quelle mobilitazioni. In questi ultimi anni l’ideologia autonomista è riemersa nella discussione del consiglio regionale sulla Riforma dello Statuto regionale del 1948. Per quanto abbiano cercato di coinvolgere, con abbondanza di mezzi, la ‘società civile’ i due schieramenti di centrodestra e centro sinistra hanno fatto fiasco.

L’unica sovranità nazionale è la dittatura del proletariato rivoluzionario in Sardegna. La Repubblica sarda dei consigli e gli stati socialisti uniti d’Europa.

Dobbiamo combattere chi auspica un ritorno alla piena sovranità degli stati dell’UE - cioè ad uno stato borghese che ha rotto con l’unione degli stati borghesi europei - perché non pone alle masse l’obiettivo di rovesciare la propria borghesia nazionale insieme a quella dell’Unione. Il punto è quello di rovesciare l’Unione Europea e sostituirla con gli Stati socialisti uniti d’Europa. Quello che gli stalinisti non riescono a capire è che la rivoluzione socialista metterà fine agli attuali confini statali e la federazione socialista non sarà la fotocopia dell’attuale configurazione geopolitica.
Alla centralizzazione del potere politico dell’aristocrazia finanziaria, dobbiamo contrapporre l’unità e la centralizzazione programmatica e organizzativa del movimento di lotta contro il Direttorio dell’Unione Europea( La Commissione, il presidente del consiglio europeo, il presidente dell’Europruppo ed il presidente della BCE).
Con il governo Monti non siamo di fronte ad un “ vero e proprio colpo di stato monetario”(Direzione PRC 15.11.2011). Quello che sta avvenendo è l’accelerazione della costruzione di un esecutivo sovranazionale per centralizzare l’offensiva contro il movimento operaio organizzato. L’aristocrazia finanziaria non si fida dei cialtroni che siedono nei parlamenti nazionali ed in quello europeo e non sarà il proletariato a difendere il parlamentarismo nazionale corrotto. Con il governo Papadimos e con il governo Monti il Direttorio dell’UE muove i suoi primi passi derogando alle normali procedure parlamentari. Le idee dell’accademico tedesco Herfried Münkler, ideologo della svolta autoritaria, hanno convinto l’élite finanziaria: “ Nonostante la miriade dei problemi che deve affrontare l’Unione Europea, la democratizzazione non è la risposta. Piuttosto, l’élite dell’UE ha bisogno di migliorare i suoi risultati e il potere deve essere tolto alla periferia” e, conseguentemente per Munkler, “la questione cruciale, però, è capire se le élites stesse possono porre rimedio a questi fallimenti, e che il tentativo di controbilanciarle con un processo di democratizzazione forzata, porterebbe soltanto a una disintegrazione dell’Europa. Nell’assetto attuale, la democratizzazione rafforzerebbe la capacità degli attori ostili all’Europa e aumenterebbe in modo significativo il numero di coloro che a Bruxelles esercitano il loro diritto di veto”. Per Munkler ‘i sostenitori della democratizzazione’ peccano di astrattismo, per loro ‘la democratizzazione’ è “ l’unica strada percorribile per dar vita ad un popolo europeo. In linea di principio ciò sarà anche vero, ma tale iter richiede l’esistenza di condizioni socioeconomiche e presupposti politico-culturali che al momento non esistono, come dimostra la crescente diffidenza emersa tra gli europei nella crisi dell’euro…Malgrado tutti gli errori commessi e tutte le loro incompetenze sono le élites a tenere unita l’Europa”( La democratizzazione non può salvare l’Europa. La necessità di una centralizzazione del potere, Der Spiegel 08/07//2011). Munkler è un ammiratore dell’istituzione dittatoriale a cui costituzione della repubblica romana affidava la direzione nei momenti straordinari: “nel corso dei secoli, Roma con questa istituzione straordinaria se l’è cavata bene” ( La democrazia è una signora zoppa, Internationale politik, maggio-giugno 2010). In questo articolo Munkler fa presente che sono sempre di più i “manager” che ritengono che “l’inadeguatezza della democrazia è dovuta alla lentezza del potere decisionale, ai difetti nella selezione del personale politico, alla diffusa tendenza fra i politici a non parlare chiaro, per paura di essere puniti dal proprio elettorato per non dire la verità”.
In Sardegna molti si affannano e sgomitano per diventare gli ascari del Direttorio UE perchè la torta da spartire si ristretta drasticamente. Il tradizionale blocco agrario costruito dalla DC si è definitivamente disgregato. Il movimento di lotta dei pastori dovrà fare i conti con la nuova tappa della Politica agricola comunitaria la Riforma Ciolos. I tagli di spesa previsti aggraveranno le diseguaglianze nella divisione della spesa pubblica agricola: l'1,6% delle aziende agricole europee beneficia del 32% degli aiuti diretti totali (poco meno di 40 miliardi), mentre dall'altra parte una stragrande maggioranza di imprese (il 43,6% del totale) raccoglie premi inferiori a 500 euro annui, che sommati non arrivano al 2% del budget complessivo. La spesa andrà ripartita secondo la quantità della superficie e non secondo la produzione e con aiuti ad ettaro uguali per tutti. Ma non è solo il settore agro zootecnico sardo a subire colpi. Tiberio Rabboni, assessore all’africoltura dell’Emilia-Romagna in un incontro con il commissario all’agricoltura, Dan Ciolos, ha avanzato quattro modifiche alla riforma: “un riparto dei fondi tra i Paesi membri che tenga conto non solo delle superfici ma anche dell'occupazione e del valore della produzione; una percentuale dei pagamenti diretti riservata alle produzioni Dop, IGP, Sgt che attraverso i loro disciplinari garantiscono tradizione, biodiversità, paesaggio e vocazioni locali, veri e propri beni comuni; una priorità nelle misure di investimento dello sviluppo rurale e, infine, una priorità nelle iniziative europee di promozione agroalimentare….La riforma va cambiata”( dal sito Agronotizie).
Ciò che il proletariato rivoluzionario deve impedire è che nella lotta per spartirsi la torta i piccoli coltivatori siano la base di manovra delle grandi aziende agrarie ed agroalimentari. In Sardegna siamo agevolati perchè gli industriali del settore lattiero-caseario sono i nemici storici dei pastori perché hanno da sempre il monopolio del prezzo del latte. Chi potrà abolire questo monopolio? Solamente la dittatura del proletariato rivoluzionario.
Ancora una volta indipendentisti ed autonomisti dovranno fare i conti con le lezioni della storia reale e non con le favole. Nel 1923 il Partito Sardo d’Azione visse il momento più pericoloso della sua storia. L’opera di corruzione di Mussolini verso il Partito sardo si concretizzò nella scissione dei ‘fusionisti’ guidati da P. Pili che boriosamente affermava che “ noi entriamo nel fascismo con piena coscienza, nell’interno del partito lotteremo per far ottenere quelle provvidenze che il P.S.d’A. ha sempre propugnato”. Due anni dopo fu smentito in modo bruciante. Sotto la direzione di Paolo Pili, il 25 ottobre 1925, fu fondata ad Ozieri la “Federazione delle latterie sociali e cooperative della Sardegna” ( Fedlac). Pili era convinto di aver posto un tassello fondamentale della “sardizzazione” del fascismo. La Fedlac, di fatto, rompeva il monopolio degli industriali caseari continentali ed inoltre aveva a disposizione consistenti capitali assicurati dalla Cassa provinciale di credito agrario di Sassari, in quanto diretta da un fusionista amico di Pili. Il punto più alto dell’apparente successo fu raggiunto nell’aprile del 1926 con un viaggio negli USA dove Pili stipulò un contratto di acquisto di formaggio sardo di 50 mila quintali di formaggio per cinque anni. Ma nell’agosto dello stesso anno, gli industriali caseari del continente passarono al contrattacco. Intervennero direttamente sul segretario nazionale del P.N.F., Augusto Turati, che convocò Pili a Roma e gli impose di chiudere la Fedlac: “queste organizzazioni ci seccano”(29). La Fedlac fu liquidata nel 1930. La stessa fine fece la Sylos, cooperativa tra enti e piccoli coltivatori di grano, fondata a Cagliari nel 1925.
Francesco Fancello, uno dei dirigenti sardisti più lucidi, a cui va il merito di aver contribuito a far fallire l’operazione della fusione, indicò nel limite regionalista il fattore che aveva portato una parte del partito nella trappola tesa da Mussolini: “il problema sardo non era e non è una questione di rapporti interni isolani, ma un rapporto di forze materiali e morali del continente”. I comunisti nel settembre del 1925, al V Congresso sardista proposero la lotta rivoluzionaria per la Repubblica sarda dei consigli, l’unico regime politico in grado di liberare i pastori sardi dal dominio dei monopolisti continentali, perché basato sulla dittatura del proletariato rivoluzionario in Sardegna ed in Europa.
Oggi chi toglierà il cappio ai 10.000 pastori e coltivatori diretti che a causa dei debiti contratti con le banche rischiano di perdere tutto? Il proletariato rivoluzionario che abolirà i debiti e nazionalizzerà senza indennizzo le banche. Chi impedirà l’ulteriore saccheggio delle coste dal cemento degli speculatori edilizi? Il proletariato rivoluzionario che attraverso la pianificazione urbanistica impiegherà la forza-lavoro edile, oggi supersfruttata nella costa, per la ristrutturazione dei centri storici, per il rifacimento del sistema stradale e per un deciso ampliamento di quello ferroviario. Il piano di riforestazione dell’isola, con essenze autoctone, condizione assoluta per mettere fine al disastro ecologico in Sardegna, può essere attuato solo dalla repubblica sarda dei Consigli che renderà sovrano il popolo sardo nell’isola. Gli indipendentisti e gli autonomisti non hanno un’idea chiara della catastrofe capitalista in corso. Sono fiduciosi che prima a o poi le classi dominanti rilanceranno il capitalismo e ci sarà un ‘nuovo trentennio glorioso’. Questa fiducia nelle classi dominanti li rende ciechi di fronte alla lotta della classe operaia mondiale dagli USA alla Cina. Ma, neanche vedono la lotta continua di tre generazioni operaie sarde contro lo smantellamento dell’industria nonostante i tradimenti della burocrazia sindacale. Noi comunisti, al contrario, lavoriamo per l’alleanza fra operai e pastori rivoluzionari perché è il blocco che manderà in pezzi il regime degli ascari sardi al servizio del Direttorio dell’UE.

Gian Franco Camboni sezione provinciale di Sassari


Nota

1) Questo compito fu affidato a Ruggero Grieco. Nell’Appello sono contenute valutazioni critiche corrette nei confronti della politica del Psi verso i contadini, ma anche delle grossolane inesattezze nei confronti del P.S.d’A. :
“Il partito socialista, che era sorto assai prima del partito sardo nell’isola, coltivò in Sardegna l’errore che, del resto , gli fu fatale nello sviluppo della rivoluzione italiana: quello cioè di non porre nel suo complesso il problema contadino. Esso non vide, quindi,che il problema sardo era ed è il problema dei contadini poveri, dei pastori e dei pescatori della Sardegna. Si occupò, ed anche poco e male, degli operai e li mise contro i contadini come avvenne nel continente la politica socialista dette agio alla demagogia dei partiti borghesi democratici e del Partito Sardo d’Azione di combattere gli operai, accusati di essere sfruttatori dei contadini”. Non c’è dubbio che il gruppo dirigente sardista fosse influenzato dalle polemiche antisocialiste di Salvemini, ma i sardisti, nella pratica eranocon gli operai del Sulcis, dallo sciopero del 1 dicembre 1919, quando ottomila minatori si rifiutano di scendere nei pozzi. Il Solco, il giornale del Partito Sardo, appoggiò la lotta:
“ salari di fame, condizioni di esistenza inenarrabili, angherie d’ogni sorta, inosservanza cinica
delle leggi protettrici del lavoro….Le Società minerarie, anche quelle che dallo stato di guerra ricavavano più lauti e quasi insperati benefici, si avvalsero della minaccia di licenziamento(con la conseguente perdita dell’esonero e l’avviamento al fronte) per tenere la massa operaia sotto un insopportabile giogo, per imporre condizioni di lavoro esose, per impedire qualsiasi protesta….A fianco dei minatori si schierano tutte le forze innovatrici dell’isola, i combattenti per primi, i quali non possono considerare possibile che si perpetui- a danno di una massa proletaria impiegata in un’industria che dovrebbe essere una delle più grandi ricchezze isolane- un trattamento indegnocce non ha confronto in nessuna parte del mondo civile”. Dopo che i carabinieri, l’11 maggio del 1920 a Iglesias, caricarono con le baionette inastate i minatori che non volevano scendere nei pozzi e ne assassinarono cinque, Emilio Lussu inviò il seguente telegramma alla Federazione dei minatori di Iglesias: “ Per ferma fede in immancabile emancipazione economica e morale di organizzazione operaia e per esatta conoscenza dei valori e sacrifici dei minatori sardi, i combattenti affermano propria completa solidarietà a vostro attuale movimento”. Il giorno successivo i socialisti e gli ex combattenti manifestarono insieme in piazza Yenne a Cagliari. Per gper la Federazione regionale degli ex combattenti, che dopo qualche anno diventerà il PSd’Az, che chiamò Ferrucio Sorcinelli, padrone delle miniere e presidente degli industriali sardi, “pescecane affamato di sangue proletario”. Tra i due ci fu sempre un odio mortale,
Ma gli errori grossolani, contenuti nell’Appello non sono finiti:
“Dal I congresso di Macomer del 1920, seguito dalla sfilata di Sassari alla quale parteciparono 12.000 contadini e soldati ed 8.000 cavalieri, uscirono le rivendicazioni sardiste …Nel I Congresso di Macomer la maggioranza votò per la costituzione di una Repubblica autonoma di Sardegna. In questo primo momento il Partito Sardo d’Azione fu veramente un partito di masse, perché fu un partito di soldati inquadrato da giovani ufficiali. Poi il partito sardo abbandona la sua piattaforma originaria e si allarga a comprendervi tutti quanti vogliono aderirvi: ed ecco antichi schiavisti sardi ed avvocati di vecchie cricche e politicastri d’ ogni politica, quali l’ex sindacalista Paolo Orano e l’ex repubblicano Umberto Cao, affluire nelle file sardiste mentre elementi di sinistra, quali De Lisi ne escono”, Il periodo della presunta degenerazione è quello dove più forte fu lo scontro interno che si concluse con l’uscita dei fusionisti. Quando Grieco si trovava a Macomer, i fusionisti, compresi quelli citati nell’Appello, erano fuori da due anni dal P.S.d’Az e tutta la base sardista si era stretta attorno ai suoi dirigenti che avevano salvato il partito dalla trappola di Mussolini. La conclusione politica dell’Appello è un capolavoro di tragica grossolanità politica perchè si invitano i contadini e i pastori sardisti a liberarsi dai loro capi:
“i contadini sardi debbono liberarsi dei capi opportunisti, servitori del capitalismo italiano, democratico e fascista….Evviva il Partito Sardo d’Azione liberato dai capi opportunisti e membro della grande Internazionale rossa dei contadini”.
Ruggero Grieco non lesse l’ Appello, né mise piede nella sala del congresso sardista. La ragione, secondo la versione contenuta nel rapporto del Consiglio Italiano Contadino al Consiglio dell’Internazionale Contadina a Mosca (1 ottobre 1925), fu la seguente:
“Il compagno Grieco che si era recato a Macomer per i lavori congressuali del P.S.d’A., non ha potuto accedervi perché impeditovi dai fascisti. Il compagno Grieco non ha potuto, perciò, conferire con il deputato Lussu e con gli altri capi sardisti. Per questa ragione la nostra relazione sul V Congresso del P.S.d’A. non è completa: essa è desunta dai documenti pubblicati. Intanto abbiamo inviato una lettera a Lussu invitandolo a concederci un colloquio”. Questa, invece, fu la risposta di Lussu al Consiglio Contadino e a Ruggero Grieco :
“…..avresti dovuto informarmi dell’ostacolo postoti dai fascisti. Sarei intervenuto per tempo e avresti assistito al Congresso. Non temiamo il fuoco…Ma i capi che voi chiamate opportunisti sono però quelli che hanno impedito che i contadini e i pastori sardi passassero al fascismo. Questo per la verità. Non siamo comunisti: questo è un fatto. Ma ritengo che l’invito per una commissione in Russia possa essere accolto. Ho letto il numero del vostro Bollettino e lo trovo interessantissimo. Ti prego di farmelo spedire sempre. E’ chiaro che io non vi posso collaborare ma sarò sempre lieto di fornirti tutti quei dati di cui potessi aver bisogno”. L’ironia di Lussu agli inizi del passo riportato è dovuta alla pietosa bugia contenuta nel rapporto del Consiglio Contadino circa la mancata partecipazione di Grieco al congresso. I sardisti avevano il pieno controllo di Macomer, e nessuno avrebbe potuto impedire a Grieco di partecipare al congresso sardista. La verità è un’altra: Grieco, davanti all’edificio dove si teneva il congresso, presentò ai militanti del servizio d’ordine sardista il testo dell’Appello che, dopo averlo letto, visto che conteneva l’esortazione a liberarsi dei loro capi fecero fare marcia indietro al dirigente del P.C.d’I. E’ evidente che l’errore contenuto nell’Appello deriva dall’idea stessa di fronte unico dal basso.
L’antidoto a questi errori era presente nelle elaborazioni del fronte unico prima della morte di Lenin. Nel testo di Trotsky Sul fronte unico l’antidoto è formulato chiaramente e distintamente:
“il fronte unico riguarda solo le masse operaie o deve includere anche i dirigenti opportunisti?
Il fatto stesso di porre questo interrogativo è il frutto di una incomprensione.
Se fossimo in grado di unire semplicemente la classe operaia attorno alle nostre insegne o su parole d’ordine praticamente immediate e andare al di là delle organizzazioni riformistiche, politiche o sindacali, sarebbe la cosa più bella di questo mondo. Ma allora il problema stesso del fronte unico non sussisterebbe nella sua forma attuale.
Il problema sorge perché settori molto importanti della classe operaia appartengono alle organizzazioni riformiste o le appoggiano. La loro attuale esperienza è ancora insufficiente per farle rompere con le organizzazioni riformiste e unirsi a noi”. Se questa forma di fronte unico valeva, in quel contesto, con partiti operai a direzioni opportuniste e riformiste, tanto più valeva nei confronti del movimento sardista dove la sua direzione aveva battuto la cospirazione di Mussolini per screditarla e distruggere il partito.
Il P.C.d’I agì in modo inadeguato. Lo stesso vale per il P.S.d’A. Invece di cacciare via dal partito i legalitari, la sinistra sardista concluse il congresso con un compromesso con i filoaventiniani. Di lì a poco di fronte alle leggi, che liquidarono le ultime libertà politiche, il Partito Sardo, proprio per il compromesso uscito dal V Congresso, sciolse le sue organizzazioni di base, lasciando in piedi una direzione che “impartirà le disposizioni opportune per una immediata ricostituzione degli organi del Partito”.
Se l’iniziativa dell’Internazionale Comunista fosse stata condotta secondo la metodologia contenuta nel testo di Trotsky, sicuramente ci sarebbe stato un esito differente.

Gian Franco Camboni sezione provinciale di Sassari

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