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Il risveglio del gigante

20 Marzo 2011

La rivolta del Wisconsin nel contesto della lotta di classe internazionale



La crisi catastrofica del capitalismo non ha avuto come risultato solo la rivoluzione araba in corso. Alcune settimane fa si è verificato negli Stati Uniti un fatto di grande importanza; probabilmente un punto di svolta storico: i primi, fragorosi, segni di risveglio della classe operaia nordamericana. Tale è la portata e l’intensità degli avvenimenti da far subito parlare al noto intellettuale di sinistra americano Noam Chomsky del probabile preludio – con il pensiero, probabilmente, a ciò che accadeva contemporaneamente nel Maghreb - di una rivolta anche negli Stati Uniti. Come sottolinea il compagno Martín López, del Partido Obrero, in suo recente articolo , di cui non possiamo far a meno di riprendere il titolo, quello a cui assistiamo è “il risveglio di un gigante”.
Il Wisconsin è uno degli stati costituenti la cosiddetta Rust Belt americana. La “cintura arrugginita”- in italiano - è un area che va, grosso modo, dalla costa nord-orientale degli Stati Uniti abbracciando tutta una fascia degli stati più al nord della nazione fino al centro. Essa è il cuore industriale e manifatturiero degli Stati Uniti, e quindi la culla storica della classe operaia nordamericana. È anche, come indica il nome, un’area che ha vissuto un processo di profonda decadenza economica a partire dagli anni ’70 del ‘900. Quella decadenza che ha spinto i nuovi guru del post-modernismo, a cavallo tra XX e XXI secolo, a blaterare di new economy e fine della civiltà industriale, o ancora di fine del lavoro o di lavoro immateriale, e in definitiva a dichiarare morta la lotta di classe e parlare di scomparsa stessa del proletariato. Questi guru, prendendo, come si direbbe in sardo, “busciccas pro lampiones” , interpretavano come l’inizio di una epoca nuova ed inedita del capitalismo, se non addirittura della storia umana, quello che invece era, ed è, la manifestazione dell’ultimo stadio della decadenza storica irreversibile di questo sistema economico e sociale. Un esempio di ciò sono gli attacchi alla scuola pubblica americana oggi. In molti stati USA, per esigenze di bilancio, si è già provveduto al taglio di un giorno della settimana scolastica! In questo modo si pensa di ridurre le spese per scuolabus, insegnanti e personale. In Wisconsin si discutono misure analoghe, e intanto il governatore Walker ha appena annunciato una taglio del 5.5% all’istruzione pubblica - circa 465 milioni di dollari tra il 2011-2012. Anche gli attacchi alla cultura non sono quindi un’anomalia italiana. Il capitalismo sta minando le basi della civiltà ovunque.
Esattamente il Wisconsin è, oggi, l’avanguardia di una lotta della classe salariata americana che si sta estendendo agli altri stati della “cintura” e rischia di dilagare nel resto degli Stati Uniti. Il 14 febbraio un’inaspettata marcia di protesta di 1200 studenti universitari e specializzandi del Wisconsin ha coinvolto subito, nelle ore e nei giorni successivi, migliaia di persone fino ad arrivare a circa 40 mila lavoratori, insegnanti e studenti, tra cui i pompieri ed anche personale delle forze di polizia dello stato, che hanno marciato a Madison capitale dello stato al grido di “kill the bill”, occupando l’interno del Campidoglio, sede del parlamento del Wisconsin, e l’area circostante. Il motivo di tale protesta è il progetto di legge (bill, in inglese) con cui il governatore dello stato, il repubblicano Scott Walker e la maggioranza, anch’essa repubblicana, del parlamento del Wisconsin, si accingevano ad imporre drastici tagli al bilancio pubblico statale, con il pretesto del risanamento del deficit dello stato, l’aumento dei contributi per pensioni e assistenza sanitaria, e ad abolire il diritto di contrattazione collettiva nel pubblico impiego.
Il mostruoso livello raggiunto dal debito pubblico americano, non a caso, è una delle manifestazione del carattere catastrofico della crisi in corso. Il salvataggio delle banche, infatti, seguito al crollo della Lehman Brothers nel 2008, è gravato interamente sul debito pubblico degli stati incrementandone il livello divenuto già da tempo insostenibile: “IL debito pubblico degli Stati Uniti, ad esempio, è passato dal 40 al 100% del PIL e in Spagna, dal 30 all’80%”.
Il problema dell’insolvenza dei debiti sovrani e della conseguente bancarotta degli stati, è uno dei problemi principali che caratterizza l’attuale fase della crisi esplosa con i crack del sistema finanziario nel 2007. La rivolta Greca e il default di alcuni dei principali paesi dell’area euro che minacciano la stessa sopravvivenza dell’UE sono li a dimostrarlo. Gli Stati Uniti restano comunque in questo contesto il centro della crisi mondiale: “Benché la crisi dei debiti sovrani abbia convertito
l’Europa nel centro apparente della crisi mondiale, questo centro continua ad essere localizzato negli Stati Uniti. Il loro indebitamento, nazionale e internazionale, pubblico e privato, non solo è crescente: è insuperabile.”
La natura del capitalismo rende impossibile ogni soluzione che non sia il rovesciamento del capitalismo stesso o, in alternativa, l’asservimento totale della classe lavoratrice e l’imbarbarimento della condizione umana per mezzo di guerre, povertà o, come vediamo oggi in Giappone, catastrofi ecologiche e nucleari.
“La somma del deficit dei 50 stati americani dovrebbe raggiungere quest’anno i 130 miliardi di dollari.”
Tuttavia le 400 più ricche persone degli Stati Uniti dispongono di una sbalorditiva somma di 1.370 miliardi di dollari di patrimonio, una media di quasi 3.5 miliardi di dollari a testa. Il 10 % delle risorse possedute da questi miliardari cancellerebbe i deficit di tutti e 50 gli stati presi insieme.
“…I proprietari di hedge fund hanno raccolto circa 186 miliari di dollari di reddito personale. Tra questi il top manager di hedge fund John Paulson, ha conseguito un profitto netto personale di oltre 5 miliardi di dollari nel 2010, mentre più d’una dozzina di proprietari di hedge fund hanno avuto guadagni personali di circa 2 miliardi e molti altri hanno preso oltre 1 miliardo di dollari.”
Per tutta risposta l’amministrazione Obama, invece, ha proposto, una settimana fa, un taglio di bilancio di 1000 miliardi di dollari che riguarderà principalmente i programmi sociali a favore della classe lavoratrice.
Queste cifre danno l’idea della profondissima diseguaglianza sociale degli Stati Uniti e dell’entità dell’attacco nei confronti della classe operaia americana e alle condizioni della stessa esistenza civile. Non a caso alcuni lavoratori che partecipano alla lotta di Madison definiscono quella americana “una moderna società feudale” .
Dan Cullen, un vigile del fuoco di Chicago in pensione, presente alle mobilitazione a Madison, affermava ad esempio che: “Walker è sostenuto dai fratelli Koch e altri miliardari. Ma non sono solo i repubblicani. Obama ha nominato Bill Daley (ex membro dell’esecutivo della JP Morgan Chase bank) come capo di gabinetto della Casa Bianca. Questo paese è gestito da persone incredibilmente ricche. La classe operaia è stata colpita dai tempi di Ronald Reagan. Walker ha prodotto questa crisi. Ha dato più di 140 milioni di dollari di sgravi fiscali alle grandi imprese. E come ha detto Rahm Emanuel, il nuovo sindaco di Chicago: ‘Non lasciate mai che una buona crisi vada sprecata’. Hanno costruito questa crisi per strappare ai lavoratori tutto ciò per cui hanno lottato.Dopo il crollo finanziario, il governo ha detto che i dirigenti di AIG e le banche di Wall Street non potevano subire un ‘taglio di capelli’ per [rispetto della] ‘la sacralità di un contratto.’ Ma questo non vale per i contratti sindacali, solo per quelli delle corporation.”
Doug Uren, per 26 anni lavoratore delle autostrade ha detto invece che:“Vogliono eliminare i ragazzi che tolgono il ghiaccio e la neve dalle strade liberando la via per le auto e i veicoli d’emergenza. I lavoratori del settore pubblico non hanno causato la crisi di bilancio. Dicono che non ci sono soldi, ma vengono spesi migliaia di miliardi di dollari per due guerre, e si stanno già preparando ad intervenire in Libia. Ho passato due anni in Vietnam. Ci avevano detto che stavamo combattendo il comunismo. Più tardi ho scoperto che c’era un sacco di petrolio al largo delle coste del Vietnam. È la stessa cosa con l’Iraq. Non si trattava di armi di distruzione di massa, era per il petrolio”
Kevin Johnson da cinque anni e mezzo pompiere di Chicago: “Nei primi giorni del movimento operaio i socialisti erano un contrappeso ai capitalisti. Hanno dato ai lavoratori una voce. Negli ultimi tre decenni è stato tolto tutto ai lavoratori, pezzo dopo pezzo, anzi no, in realtà a grandi pezzi. I lavoratori non vedono ancora il grande quadro, ma Walker è solo l’inizio.”
È evidente la centralità della rivendicazione della cancellazione del debito sovrano senza indennizzi e da realizzare con l’esproprio dell’aristocrazia finanziaria, avanzata dalle sezioni della nostra organizzazione internazionale.

L’attacco ai diritti sindacali e la cancellazione della contrattazione collettiva sono indicativi della tendenza al sovversivismo che anima la borghesia, costretta com’è, ad imporre sacrifici draconiani alla classe salariata e soffocare ogni resistenza, dal suo tentativo di fronteggiare la crisi. Se i democratici americani lavorano per imporre maggiori sacrifici salariali, far fallire le lotte e contenere le resistenze dei lavoratori, i repubblicani sono la prima linea dell’assalto ai diritti sindacali. Tom Eley in un articolo apparso sul sito WSWS del 12 marzo scorso dice in proposito : “non sarebbe un’esagerazione dire che i diritti democratici dei lavoratori pubblici non sarebbero più avanzati che in una dittatura da stato di polizia” . Cita poi alcuni esempi:
La legge 135 del senato dell’Arizona ad esempio afferma che un impiegato pubblico “non può far parte di alcun comitato locale, statale o nazionale di un partito politico, essere dirigente o presidente del comitato di un club politico di parte, o il candidato alla nomination o all’elezione di qualsiasi ufficio pubblico retribuito, non deve ricoprire alcun ufficio pubblico elettivo retribuito o non deve avere alcun ruolo nella gestione o negli affari di qualsiasi partito politico o nella gestione di qualsiasi campagna di parte o non di parte o deve abbandonarne l’opera.”
L’Arizona House Bill 2367 vieta la contrattazione collettiva costringendo i lavoratori a contrattare individualmente con lo stato.
L’Arizona Senate Bill 1363 ha messo fuorilegge “picchetti, trespassory assembly , assemblee di massa non autorizzate, interferenze pianificate con il legittimo esercizio delle attività commerciali e un eventuale boicottaggio ”.
L’Arizona Senate Bill 1563 vieta agli impiegati, “le astensioni in massa per malattia, lo sciopero bianco attraverso il rallentamento del lavoro, gli scioperi che possano interrompere la fornitura dei servizi”.
Il Senate Bill 1033 dello stato del Tennessee considera come criminale ogni attività che “Limiti gli affari, o i proprietari e gli impiegati di un’azienda nell’esercizio dei loro diritti, che sono protetti dalle leggi federali e dello stato, nel tentativo di ottenere qualche vantaggio per un sindacato o un’organizzazione dei dipendenti… Ogni altra attività legale, come la partecipazione ad un evento organizzato da un sindacato o dai dipendenti, potrebbe costituire sommossa se la tranquillità pubblica è disturbata da condotta tumultuosa o minacciosa… generando circostanze pericolose o offensive che possono includere picchettaggi, picchettaggi di massa, o il picchettaggio avente come obbiettivo una struttura residenziale.” Un'altra legge del Tennessee vieta alle organizzazioni dei lavoratori di finanziare partiti politici o loro candidati. Il Tennessee Senate Bill 1032 non solo dichiara fuori legge lo sciopero ed ogni altra forma di interruzione del lavoro da parte dei lavoratori statali, ma addirittura vieta la discussione dello sciopero tra i lavoratori! Chi viola la legge contro lo sciopero subirebbe un’ammenda di 1000 dollari al giorno. Sono numerosi gli stati che stanno facendo passare o hanno approvato leggi contro la contrattazione collettiva nel settore pubblico: oltre a quelli già citati, e al Wisconsin, bisogna ricordare Ohio, Iowa, Idaho, Indiana, Florida, Kansas, Nebraska, Alaska, Oklahoma. Lo scopo dei repubblicani è smantellare i residui dell’organizzazione sindacale americana, dopo le capitolazioni dell’AFL-CIO alla fine degli anni 60, e per tutti gli anni settanta, conclusesi con la capitolazione definitiva seguita al tradimento dello sciopero degli aeroportuali della PACTO, nell’agosto dell’1981 e al braccio di ferro con l’allora presidente Reagan. Come conseguenza di ciò, dagli anni novanta ad oggi gli scioperi erano virtualmente spariti dalla lotta di classe americana, mentre la stragrande maggioranza della classe salariata sindacalizzata risulta essere concentrata ormai esclusivamente nel settore pubblico.

L’imponenza della mobilitazione a Madison, e la decisione mostrata dai manifestanti, hanno inizialmente costretto l’opposizione democratica in parlamento a ricorrere all’ostruzionismo per bloccare l’iter della legge. Infatti, boicottando con la loro assenza l’aula senatoriale hanno privato la maggioranza del quorum necessario alla validità delle sedute di voto. Per fare ciò i deputati democratici dell’opposizione sono stati costretti ad abbandonare lo stato e rifugiarsi nel confinante stato dell’Illinois per sfuggire al “call in house” lanciato dal governo. Infatti nella “più grande democrazia del mondo”, come vengono spesso definiti, anche dai nostri apologeti, gli Stati Uniti, la legge prevede che qualora i deputati rifiutino di partecipare alle sedute parlamentari locali, privandole del numero legale, il governatore può costringerli, attraverso l’invio della polizia, a presenziare.
Di fronte alle resistenze del governatore repubblicano dello stato, Scott Walker, che è arrivato a minacciare l’intervento della guardia nazionale per disperdere i manifestanti, la mobilitazione non si è mai arrestata. Nonostante le proteste, la legge è però stata prima approvata dalla Camera il 25 febbraio scorso, dove i repubblicani vantano una maggioranza schiacciante. Il giorno successivo dalle 70 alle 100 mila persone hanno manifestato a Madison. In questa occasione circa 800 persone hanno mantenuto l’occupazione interna del campidoglio sfidando le minacce di arresto delle autorità e gli inviti a smobilitare della burocrazia sindacale dell’AFL-CIO. Alla fine anche il Senato è riuscito, con un escamotage, ad approvare mercoledì 9 marzo una legge che priva i lavoratori statali del diritto alla contrattazione collettiva e li costringe a versare di più per l’assicurazione sanitaria e la pensione. I repubblicani hanno infatti ripresentato la cosiddetta “legge di risanamento del bilancio” senza le sue componenti fiscali, così, affermando che non si trattava più di una legge finanziaria, l’hanno potuta approvare senza bisogno del quorum richiesto in quel caso. Il voto, come riferisce Tom Eley, di WSWS, è avvenuto in aperta violazione del Wisconsin Open Meetings Law che prevede che la pubblica notizia di un’assemblea venga data 24 ore prima che questa avvenga, salvo i casi in cui la comunicazione sia impossibile. Alla notizia dell’approvazione della legge migliaia di persone si sono riversate nel campidoglio, come riferisce Eley, “la folla si è precipitata alle porte del Campidoglio gridando siete dei codardi e fateci entrare. Slogan per lo sciopero generale risuonavano fuori e dentro l’edificio.” Alla fine il Governatore Walker ha firmato la legge l’11 marzo scorso. La mobilitazione non si è però arrestata ed è andata estendendosi coinvolgendo, lavoratori del settore privato, anche le altre classi non borghesi della società, e generando simpatie e sostegno anche da parte dei lavoratori degli stati circostanti ugualmente colpiti, o a rischio di subire misure analoghe a quelle che Walker sta imponendo al Wisconsin. Il giorno successivo, sabato 13 marzo, infatti : “…oltre 100.000 lavoratori, giovani e altri contestatori hanno marciato nella capitale dello stato Madison nella più grande in un mese di mobilitazioni.” “… i lavoratori sono confluiti nella capitale dagli stati circostanti. Molti hanno percorso centinaia di miglia dall’Illinois, Nebraska, Iowa, Michigan e altri stati. Decine di migliaia di insegnati, pompieri, infermiere e altri dipendenti pubblici cui si sono aggiunti lavoratori, dei sindacati e non, edili, siderurgici, dell’auto e di altri settori dell’industria privata. La resistenza della classe lavoratrice ha il sostegno popolare di dottori, professori, avvocati e piccoli uomini d’affari, compresi ristoranti e negozi, di tutta Madison, che esponevano cartelli denuncianti le misure di Walker. Centinaia di agricoltori provenienti da tutto lo stato, che sono colpiti dai tagli al programma statale di assistenza sanitaria BadgerCare insieme all’aumento dei prezzi del carburante, hanno organizzato una “tractorcade” per la capitale e portato cartelli contro la legge, compreso uno che diceva Gli agricoltori sanno cos’è il B.S.” “… molti cartelli della manifestazione riflettevano la crescente consapevolezza che i lavoratori sono impegnati in una lotta di classe con l’elite aziendale e finanziaria. Ci sono stati riferimenti alla “guerra di classe” e alla Rivoluzione Francese e richieste come “Tassa i ricchi”. Un operaio portava un cartello con il corpo di Maria Antonietta e la faccia di Scott Walker, che recitava “Lasciateli mangiare la torta”. Un altro teneva l’immagine di una ghigliottina con lo slogan, “Ne abbiamo abbastanza della torta!” La lotta nel Wisconsin è ora a un bivio. I democratici e i burocrati dell’AFL-CIO lavorano per contenere le proteste e preparare la capitolazione. Hanno sin dall’inizio cercato di giungere ad un compromesso con Walker dicendosi disponibili ai sacrifici economici previsti dal bill, ma non ai sacrificare i diritti sindacali, che colpirebbero in questo caso anche la sopravvivenza della stessa burocrazia. Ora che la legge è stata approvata rifiutano di fare l’unica cosa che può consentire un’estensione e approfondimento della lotta, e aprire la strada alla vittoria: dichiarare lo sciopero generale, nonostante sia sempre più richiesto dai lavoratori , e sia stato votato addirittura dalla South Central Federation of Labor del Wisconsin, affiliata all’AFL-CIO, ai primi di marzo, come risposta nell’ipotesi in cui Walker fosse riuscito a far passare la legge . Burocrazia sindacale e Democratici, invece, spingono ora per contrattare la firma dei contratti in scadenza prima della definitiva promulgazione della legge il 25 marzo prossimo. Intanto cercano di spegnere e deviare la lotta invitando cinicamente i lavoratori ad abbandonare le proteste e liberare le strade, per concentrarsi sulle prossime elezioni di aprile e far vincere i democratici, dicendo loro che: “adesso la lotta si sposta nel palazzo di giustizia e nelle urne elettorali” .
Il tradimento della burocrazia sindacale mostra come nel momento in cui le contraddizioni sociali esplodono, per effetto dell’attuale crisi, innescando un movimento delle masse, diviene cruciale e di primaria importanza il fattore soggettivo rappresentato dalla direzione politica delle masse stesse. La presenza del partito rivoluzionario nelle lotte e la sua capacità di saldarsi con le avanguardie dei lavoratori, scardinare, attraverso una denuncia serrata, l’influenza e il ruolo di freno svolto dalle burocrazie sindacali e dalle direzioni politiche riformiste, in modo da conquistare la direzione delle lotte, diviene la questione cruciale dell’attuale fase politica della crisi.

Rivoluzione araba e rivolta del Wisconsin: uno stesso filo conduttore.

La portata storica della rivolta del Wisconsin risiede nel fatto che, dopo le sconfitte pesanti subite dalla classe operaia negli anni passati si assiste oggi, sotto le sferzate della crisi, ad una ripresa della lotta di classe negli Stati Uniti, centro del capitalismo mondiale ed epicentro della crisi in corso. Per i rivoluzionari ed il movimento operaio mondiale, oltre ad avere delle evidenti ripercussioni sulla lotta di classe internazionale, si tratta di una conferma, e anche di un potente esempio da agitare instancabilmente tra le masse dei paesi capitalisti avanzati. Questi eventi, al di fuori degli Stati Uniti, hanno, non a caso, trovato, poco spazio nelle cronache della stampa e dei media occidentali – significativa la totale assenza dalla cronaca dei telegiornali. Sarà un caso, o non è forse indicativo del timore gelido da cui è pervasa la borghesia, già turbata dagli eventi che scuotono il mondo arabo, all’idea dell’effetto che potrebbe avere la diffusione di un tale esempio tra le masse e la classe operaia occidentale? Già queste ultime hanno dato i primi segni di turbolenza con la rivolta greca del 2010, le grandi proteste studentesche in Inghilterra nel novembre del 2010, con l’assalto di migliaia di giovani alla sede tory a Londra, e i grandi scioperi in Francia, Spagna e Irlanda, tanto da spingere lo stesso presidente della commissione europea Barroso ad agitare la minaccia, di fronte al presidente della Confederazione Europea dei Sindacati CES – TUC, John Monks, di un rischio per la sopravvivenza della democrazia “così come è stata finora conosciuta in Europa” .
La borghesia, infatti, può sempre riesumare, nei confronti della rivoluzione araba, i luoghi comuni, i pregiudizi e gli spettri creati dall’ideologia reazionaria dell’orientalismo, per presentare agli occhi dei lavoratori e della classe operaia occidentale, la rivolta delle masse arabe ed asiatiche come una “rivoluzione democratica” contro l’autoritarismo dovuto ai residui semifeudali e “all’arretratezza orientale” “tipica” di alcuni dei paesi cosiddetti emergenti. Essa è, però, completamente disarmata e priva di giustificazioni ideologiche nei confronti delle rivolte che esplodono nello stesso occidente “avanzato”. Tuttavia gli eventi del Wisconsin stanno lì, anche a confermare la debolezza delle mistificazioni della borghesia. Infatti, l’esempio della rivoluzione egiziana e l’occupazione di piazza Tahrir sono ben presenti nelle parole, negli slogan e nello spirito stesso dei lavoratori e degli studenti che animano la rivolta a Madison e in altre città degli USA. Forse non sarebbe sbagliato dire che proprio la rivoluzione araba deve aver avuto una parte nell’ispirarla: “In Wisconsin, i dimostranti hanno invocato la rivolta di massa dei lavoratori del mondo arabo, paragonando Madison al Cairo e il governatore del Wisconsin Scott Walker a Hosni Mubarak. A New York City, studenti che protestavano contro le chiusure delle scuole urlavano lo slogan, “New York è l’Egitto.” … Tom Pearson, membro del corpo docente all’University of Wisconsin-Stout richiamava l’attenzione sui recenti eventi in Egitto e su come avessero influenzato i lavoratori del Wisconsin:“Io ero alla manifestazione a Madison ieri ed era veramente impressionante vedere come molte persone traessero ispirazione dal movimento in Egitto. C’erano un sacco di cartelli che paragonavano Walker a Mubarak. I lavoratori si stanno identificando ciascuno con le lotte degli altri.” Infatti non sono mancate nemmeno lettere di solidarietà provenienti da piazza Tahrir e rivolte ai lavoratori e agli studenti che occupavano il campidoglio a Madison. L’internazionalismo proletario delle masse emerge istintivamente in queste lotte.
In realtà sia la rivoluzione araba che la rivolta negli Usa sono figlie della stessa epoca e delle stesse contraddizioni sociali: l’epoca e le contraddizioni catastrofiche, appunto, del capitalismo giunto nella sua fase di totale decadenza al capolinea storico. Ed è importante sottolineare che là dove il dominio del capitalismo si è imposto, e non ha potuto che reggersi finora, se non grazie all’autoritarismo e alla dittatura aperta nei confronti delle masse - come in Tunisia, Egitto e Libia ad esempio - non solo per la natura diseguale e combinata del suo sviluppo, ma anche e in maniera sempre più decisiva, per il ruolo internazionale, storicamente nefasto, esercitato dallo stalinismo nell’ostacolare la rivoluzione mondiale, la rivoluzione non può che manifestarsi, apparentemente, con un carattere iniziale democratico borghese, ma solo per rivelare subito dopo il suo reale carattere sociale anticapitalista e aprire immediatamente la strada all’unica soluzione realmente possibile, quella socialista - come la continuazione della lotta di classe in Tunisia ed Egitto conferma. Pena la riaffermazione di regimi autoritari o della dittatura aperta della borghesia locale. Quanto falsi e ipocriti siano l’imperialismo e la borghesia occidentale quando dicono di avere a cuore la democrazia nel mondo arabo, è ben mostrato, oltre che da loro appoggio alle dittature ed i regimi arabi contro cui si rivoltano adesso i popoli, dallo stato di salute della cosiddetta “democrazia occidentale”. La democrazia borghese sta divenendo un lusso sempre più insostenibile anche per la borghesia occidentale in tempi di crisi. Non sarebbe del resto la prima volta se solo pensiamo al caso del fascismo. Sulla cosiddetta “democrazia occidentale”, all’ombra del cui fasto era finora giaciuta serenamente l’intellighenzia democratica piccolo borghese, che ha nutrito e fatto proliferare il parassitismo dei burocrati sindacali, o che ha fornito la copertura ideologica alle recenti imprese dell’imperialismo, iniziano a gettarsi le prime nubi oscure. Che cosa indicano gli avvertimenti di Barroso; la guerriglia istituzionale ed il sovversivismo reazionario di Berlusconi che caratterizza lo scontro tra poteri dello stato in Italia; l’esercito mobilitato contro gli scioperi in Spagna, Portogallo e Francia; l’accordo della Fiat e l’attacco del governatore Walker e dell’aristocrazia finanziaria USA ai diritti sindacali dei lavoratori del Wisconsin e della nazione, se non le manifestazioni della tendenza del capitalismo, nella sua fase di decadenza, a restringere, fino anche ad annientare, gli spazi offerti dalla stessa democrazia borghese? A ricorrere sempre più all’aperto autoritarismo per intensificare lo sfruttamento e per reggere e prevenire l’urto determinato dal risveglio delle masse causato dall’esplosione delle contraddizioni sotto l’attuale crisi?
La stessa borghesia che tenta di occultare, agli occhi delle masse occidentali, il significato profondo ed il contenuto sociale di classe della rivoluzione araba dietro una mera “rivoluzione democratica” , sa bene che non potrà escludere in futuro di dover essere costretta a ricorrere agli stessi metodi di Ben Ali, Mubarak e Gheddafi, per soffocare le esplosioni sociali in occidente. Quella borghesia che si è affrettata a scaricare i dittatori arabi suoi alleati di ieri, nel tentativo di contenere l’approfondimento della rivoluzione sociale, vede nella rivoluzione araba il presagio della rivoluzione nell’occidente.



Un altro gigante si erge all’orizzonte

La rivoluzione araba in corso, la rivolta in Wisconsin e gli scioperi europei sono stati preceduti però dal risveglio di un altro gigante: la classe operaia asiatica ed in particolare Cinese. Si discute da tempo sul fatto che lo “sviluppo” del capitalismo in Asia, ma soprattutto la restaurazione del capitalismo in Cina possano costituire un elemento di stabilizzazione o di contenimento, almeno ancora per una fase storica, della decadenza irreversibile, e quindi catastrofica, del capitalismo mondiale.
Un’ipotesi è ad esempio che “l’ascesa imperialistica cinese” potrebbe portare in futuro alla sostituzione della Cina agli USA, ormai in totale decadenza economica, e di fatto in default , nel ruolo di potenza egemone mondiale che questi ultimi hanno tradizionalmente svolto dal secondo dopoguerra.
Non ci addentriamo qui in un’analisi dei principali processi economici in corso determinati dalla crisi, che richiederebbe un approfondimento ben più ampio e complesso delle pretese di questo scritto. Ciò che interessa qui rilevare è invece un elemento fondamentale, assolutamente non trascurabile nell’analisi delle conseguenze della crisi e della sua caratterizzazione. Lo sviluppo e la restaurazione del capitalismo in Cina, nel sud-est asiatico, o nei cosiddetti paesi emergenti, non può che essere accompagnato, non bisogna dimenticarlo, da tutte le contraddizioni e gli elementi dissolutori connaturati al capitalismo stesso. Lo sviluppo del capitalismo porta, infatti, anche allo sviluppo della sua negazione. Il più evidente ed eclatante di questi è proprio l’ascesa sia numerica che sociale del proletariato asiatico e cinese, come dimostrato dagli scioperi in Cina, India e Bangladesh degli scorsi mesi, e la sua irruzione nell’attuale fase storica. In particolare in Cina la classe operaia è passato negli ultimi tre decenni da 120 a oltre 400 milioni. La città di Shezen, uno dei centri dei grandi scioperi del giugno scorso, che ospita gli stabilimenti del più grande produttore di componenti elettroniche al mondo, la Foxconn, è passata dall’essere un villaggio di pescatori all’inizio degli anni ’80 ad un centro industriale che conta oggi 12 milioni di abitanti. Queste cifre danno l’idea dell’enorme peso specifico che è venuto ad assumere oggi il proletariato cinese, ben maggiore che all’epoca della rivoluzione maoista. Il proletariato cinese che ha animato gli scioperi del giugno scorso, è un proletariato giovane, di recente formazione, probabilmente non “corrotto” dal riformismo anche per il semplice fatto che è difficilissimo, nel contesto della dittatura burocratica del PCC, la costruzione e cristallizzazione di organizzazioni stabili e indipendenti della classe operaia che possano poi seguire un processo di burocratizzazione analogo a quello vissuto dalle organizzazioni del movimento operaio occidentale. La restaurazione del capitalismo in Cina, quindi, lo vediamo già ora, produce, come primo significativo effetto sociale, più che una stabilizzazione, un’intensificazione della lotta di classe. Già questo elemento potrebbe essere sufficiente a sollevare seri dubbi, in aggiunta alle considerazioni economiche elencate nei documenti internazionali del CRQI che sarebbe lungo qui elencare, sulla possibilità per lo sviluppo del capitalismo cinese di convertirsi in uno stabilizzatore dell’intero capitalismo mondiale. Al contrario, pur senza dare nulla per automatico o scontato, il principale prodotto di questo sviluppo: l’immenso proletariato cinese ed asiatico, con la sua irruzione nella lotta di classe mondiale potrebbe divenire uno dei principali fattori di approfondimento della crisi catastrofica in corso e del rovesciamento internazionale del capitalismo stesso. Già uno dei primi effetti, ad esempio, sul piano economico mondiale, degli imponenti scioperi dei mesi scorsi in Cina e sud-est asiatico è stato l’aumento dell’inflazione, come conseguenza degli aumenti salariali che quelle mobilitazioni sono riuscite a strappare. Questo fatto interferisce seriamente con i tentativi messi in atto dalla borghesia di trovare una soluzione alla crisi in corso contribuendo al suo ulteriore aggravamento.
La borghesia inizia a vedere cosa presagiscono la rivoluzione araba e l’ascesa concomitante del proletariato cinese e asiatico, nel contesto, e anche come conseguenza, della crisi catastrofica in corso. Il ministro dell’economia italiano Giulio Tremonti, intervistato dal TG3, nel corso di un convegno dell’Aspen Institute tenutosi ad Istanbul alcuni giorni fa, ripeteva la sua metafora del videogame con cui è solito illustrare lo svolgimento della crisi, e descriveva la rivoluzione araba in corso, e la minaccia di una sua estensione fino all’Asia e alla Cina come il “nuovo mostro” apparso nel videogioco della crisi. Affermava che ci si trova, un’altra volta, “come agli inizi del novecento”, di fronte ad “un’irruzione delle grandi masse” nella storia. E’ significativo questo paragone con l’inizio del novecento, perché l’irruzione delle grandi masse in quel secolo è avvenuta sotto il segno e la spinta della più grandiosa e significativa irruzione delle masse che la storia umana abbia finora conosciuto: la rivoluzione del proletariato russo del 1917. Ciò che il ministro vede innanzi a se è lo spettro di un nuovo Ottobre rosso.
Quindi, l’agitazione dell’esempio della rivolta del Wisconsin, accanto a quello della rivoluzione araba, deve essere un elemento sempre presente nella propaganda tra le masse occidentali; a partire dalla campagna d’agitazione del nostro partito per la cacciata del governo Berlusconi. Proprio per il suo contenuto radicale è un potente esempio per il proletariato occidentale che ci consente di neutralizzare, tra le masse stesse, tutte quelle tendenze che tentano di negare o minimizzare la possibilità di un esplosione acuta della lotta di classe anche in occidente.
Essa è però anche una conferma della tendenza che va assumendo finora la lotta di classe sotto la crisi, così come era stato previsto nei documenti internazionali sulla crisi stessa. Quest’ultima anziché un freno, come si può talvolta essere indotti a pensare, si sta rivelando invece un potente catalizzatore. È legittimo aspettarsi, quindi, nel prossimo futuro non un’attenuazione del conflitto di classe ma un suo approfondimento ed accelerazione, con nuove esplosioni anche in occidente.
Tuttavia non bisogna cadere nemmeno nel meccanicismo. Per il risultato di una reazione la perizia del chimico, che la controlla e dirige, è altrettanto importante e necessaria della presenza dei suoi reagenti e del catalizzatore. Così il successo della rivoluzione araba, ed il corso che seguirà l’evoluzione della lotta di classe in Asia, nel cuore del capitalismo mondiale e dell’imperialismo, gli Usa e l’Europa Occidentale, o nei cinque continenti in generale, non potranno che dipendere dalla presenza e dal ruolo che sapranno esercitare il partito del proletariato rivoluzionario e l’Internazionale, e dalla lotta che sapranno sviluppare alle direzioni capitolarde del movimento operaio. A loro volta la costruzione del partito e dell’Internazionale, l’adeguatezza della loro azione e la capacità di indirizzare secondo i propri obbiettivi il corso degli eventi, non possono che dipendere dalla corretta caratterizzazione della crisi in corso e quindi dal riconoscimento delle tendenze alla dissoluzione del capitalismo che essa genera, come i documenti internazionali del CRQI hanno più volte sottolineato. Sono queste delle questioni cruciali dell’attuale fase.



“Democracy uprising” in the U.S.A?, intervista a Noam Chomsky su Democracy Now, 17 febbraio 2011.
“El despertar de un gigante” Martin Lopez, Prensa Obrera 1066, http://po.org.ar/articulo/po1166063/despertar-de-gigante
“Lucciole per lanterne”
Wisconsin governor releases district-by-district school cuts, Tobin Reese, WSWS - 18 marzo 2011, http://www.wsws.org/articles/2011/mar2011/wisc-m18.shtml
Si veda Crisis política sin precedentes en la historia moderna norteamericana Prensa Obrera; Protests, teacher walkouts mount in Wisconsin, Tom Eley WSWS- 19-02-2011
“Bancarrotas fiscales,crisis políticas,rebeliones obreras. Una nueva etapa de la bancarrota capitalista” Jorge Altamira, En Defensa del Marxismo n°39, http://po.org.ar/pdf/edm39.pdf

Ibidem
Dozens of US states declare war on workers’ rights, Tom Eley WSWS 12-03-2011, http://www.wsws.org/articles/2011/mar2011/stat-m12.shtml

ibidem
Wisconsin state workers: “It’s the modern feudal society”, Tobin Reese, WSWS, 15-03-2011
Firefighters speak out on Wisconsin struggle, Jerry White, WSWS 1 marzo 2011.

Ibidem.
Ibidem.
Bisogna anche ricordare che lo sciopero generale è stato reso illegale negli stati Uniti dalla legge Taft-Hartley del 1947, e che gli ultimi grandi scioperi di questo genere risalgono, non a caso, agli anni ’30.

Dozens of US states declare war on workers’ rights, Tom Eley WSWS 12-03-2011, http://www.wsws.org/articles/2011/mar2011/stat-m12.shtml

Assembramenti di più di venti persone in spazi considerati proprietà privata.
Ibidem.
Wisconsin Senate rams through anti-worker bill, Tom Eley WSWS 10-03-2011
100,000 march in Wisconsin to denounce anti-worker law, Jerry White 14-03-2011 http://www.wsws.org/articles/2011/mar2011/wisc-m14.shtml
Sfilata di trattori
Ibidem
Ibidem
Ibidem
La clase obrera yanqui y la huelga general, Prensa Obrera n°1166, http://po.org.ar/articulo/po1166090/clase-obrera-yanqui-y-huelga-general
100,000 march in Wisconsin to denounce anti-worker law, Jerry White 14-03-2011
Nightmare vision for Europe as EU chief warns 'democracy could disappear' in Greece, Spain and Portugal, Jason Groves, MailOnline, 15 giugno 2010. Union chief, Barroso fear Europe 'returning to 1930s', Leigh Phillips – EUOBSERVER 14-06-2010.
Western Wisconsin students, workers oppose cuts, Ron Jorgenson WSWS 19-02-2011.
Ibidem
Sull’argomento e sulla portata degli scioperi cinesi si vedano Le potenzialità rivoluzionarie del proletariato cinese, un banco di prova della IV Internazionale, Emendamento sulla Cina presentato al Secondo Congresso del PCL da Gian Franco Camboni; La lezione degli scioperi operai in Cina, Marco Ferrando, Il giornale comunista dei lavoratori n°5 settembre 2010 ; La clase obrera y la crisis mundial: estado de situación, Lucas Poy. Prensa Obrera n° 1136 ( presente anche tradotto in italiano a cura della sezione di Sassari del PCL)
Consulta testo alla nota 3
Si veda in proposito “Il quarto anno della bancarotta capitalista” - Dichiarazione del Segretariato del Coordinamento per la Rifondazione della IV Internazionale – 1 Ottobre 2010.
A proposito di questa questione e del giusto approccio metodologico si veda l’articolo Catastrofismo, forma y contenido, Pablo Rieznik: http://po.org.ar/catastrofismo-forma-y-contenido
Oltre al documento già citato si veda il Bollettino Interno Internazionale n°2, 2011.
I lavoratori cinesi chiedono di più in busta paga. Un bene per il welfare, un male per l'inflazione globale, Sole 24 Ore, 08-02-2011.

Gianmarco Satta Coordinatore PCL sezione provinciale di Sassari

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